Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici)

11 agosto 2022

LOLA E LILLY: STORIE DI OCHE

Filed under: animali liberi, Antispecismo, liberazione — Tag:, , — Fabio Santa Maria @ 7:01 am

A Donnalucata, una piccola frazione marinara in provincia di Ragusa, nel mese di luglio un’oca si è installata sulla spiaggia, proprio nei pressi di Lido Palo Rosso, già frequentato dai bagnanti. In un primo momento viene notata solamente nelle ore serali, mentre il resto del giorno lo trascorre nascosta tra gli scogli. L’avvistamento, però, viene segnalato sui social, desta curiosità e attenzione, soprattutto sui gruppi della zona dove vengono postate foto dell’oca che passeggia sulla spiaggia, che nuota nel mare, che becchetta le alghe. C’è chi teme non possa sopravvivere in quelle condizioni, chi propone di segnalarla alle autorità, chi racconta di averle portato pane e acqua dolce, ma anche chi si arrabbia sottolineando che le oche non mangiano il pane e che bisogna solo lasciarla in pace.

Nel frattempo l’oca prende confidenza con l’ambiente e comincia a farsi vedere anche di giorno, esce proprio sulla battigia tra i bagnanti. In breve diventa la mascotte della zona e viene chiamata Lola. La notizia è riportata anche sui giornali locali e Lola diventa un argomento caldo che divide. Bisogna “salvarla” o lasciarle vivere in pace la sua libertà?

L’aspetto interessante di questa situazione è che una netta maggioranza si schiera in favore della libertà. Alcuni, addirittura, invitano a smettere di fotografarla, a smettere di attirare l’attenzione su di lei, perché è un fatto che potrebbe disturbarla. E non si tratta certamente di attivisti o gruppi animalisti. Sono, più semplicemente, le persone del posto, i turisti che frequentano la spiaggia, o anche chi, casualmente, viene a conoscenza della storia e cerca di dare informazioni, di esprimere la sua opinione.
Dopo più di un mese, però, Lola scompare e il caso monta ancora di più.
C’è chi dice sia stata sequestrata dalle autorità, chi sostiene che siano intervenute le associazioni, chi teme il gesto di qualche teppista o che qualcuno l’abbia fatta arrosto.
Passano giorni di deprimente sconforto e anche di rabbia, quando finalmente compare un video anonimo in cui l’oca Lola viene ripresa insieme ad altre oche in un giardino con tanta acqua a disposizione. Zampetta, si tuffa, nuota, sta bene! Il video è anonimo, ma tranquillizza l’opinione pubblica sulla buona salute e sulla felicità di Lola.

La storia ricorda un’altra oca famosa: Lilly, a cui venne dedicato un vero e proprio monumento. Siamo nel 1970 a Sievering, un sobborgo di Vienna e, proprio sulle rotaie del tram 39, l’oca Lilly ama sostare senza curarsi dei pericoli, senza calcolare che il tram, in ogni caso, ha sempre la precedenza. Per poter proseguire il percorso, i conducenti, ogni volta, devono scendere, prendere in braccio e spostare gentilmente Lilly che, subito dopo, torna al suo posto. Questa simpatica scena deve essersi ripetuta centinaia e centinaia di volte, fino al punto di caratterizzare fortemente l’immaginario della gente del posto. Fino al punto di correggere la normale assurdità che pretendeva e pretende di schiacciare qualunque ostacolo che si frapponga alle necessità e ai bisogni umani.
L’oca Lilly, in un certo senso, diventa una cittadina di Seviering e, fino all’agosto del 1970, si è sempre presentata sui “suoi” binari per lasciarsi spostare solo quando ce n’era davvero bisogno, quasi a voler testimoniare che una convivenza umano-animale è pur sempre attuabile, anche in condizioni apparentemente impossibili.
La gente del posto ha voluto ricordare l’oca Lilly con un vero e proprio monumento che la raffigura su un grosso binario e segna in modo poetico la concreta possibilità di pacifica convivenza e di rispetto della libertà animale. Il monumento, voluto dalla popolazione, riporta anche una targa in cui si narra la storia dell’oca Lilly.

Ciò che colpisce maggiormente di queste due storie di oche è proprio la questione della convivenza, di come la possibilità di vivere con gli animali liberi sia ancora sentita da molti umani, anche nelle situazioni più improbabili, anche su una spiaggia affollata di turisti o, addirittura, sui binari del tram. Una convivenza che dovrebbe giocarsi soprattutto sulla nostra capacità di adattarci alla loro presenza, di rispettarli nella loro differenza, a volte anche remando contro le nostre paure, contro il cosiddetto “buon senso” che li vuole al sicuro e protetti da ogni pericolo. Lola, proprio per queste ragioni, è stata spostata dalla spiaggia di Donnalucata, alla fine qualcuno è intervenuto nella convinzione di riservarle un destino migliore. Mentre Lilly ha potuto vivere tutti i suoi anni nel posto che aveva scelto.

In entrambi i casi, però, una buona fetta di umani si è schierata dalla parte della libertà, del rispetto e della pacifica convivenza tra diverse specie, ma è sempre più evidente che dobbiamo affinare la nostra capacità di adattarci alla loro presenza e di accettare totalmente la loro autonomia e la loro capacità di scegliere il luogo dove sostare, muoversi, e vivere.

27 giugno 2022

DALLA PARTE DI CHI MORDE

Ciclicamente la cronaca ci riporta le agghiaccianti notizie di cani che mordono individui umani, che ne provocano mutilazioni e a volte anche la morte. I casi, per quanto rari, vengono sempre trattati con enfasi e suscitano, come è normale che sia, paura e diffidenza. Soprattutto se ad essere aggrediti sono i bambini, alimentano un immaginario che inquadra il cane, ma più in generale l’animale, come una bestia feroce e pericolosa che deve essere rinchiusa, abbattuta, tenuta lontano dalle nostre pacifiche società evolute e superiori.

Eh sì! I cani mordono.
Questo è un dato di fatto.
Hanno i denti e li usano anche come un’arma, soprattutto per difendersi, quando percepiscono una minaccia o un pericolo.
Questo dato di fatto, che non dovrebbe sorprendere nessuno, è troppo spesso dimenticato o, perlomeno, poco valutato quando pensiamo e definiamo il cane come nostro “miglior amico”.

In realtà, abbiamo sempre cercato di selezionare i cani e manipolarli per ottenere individui fedeli, docili, utili e servizievoli. Individui belli da vedere e da toccare o, al contrario, individui feroci e minacciosi che tenessero lontani i malintenzionati dalle nostre case, ma che fossero anche in grado di sacrificare la vita pur di difendere la nostra incolumità o le nostre proprietà.

In sostanza, li abbiamo scelti anche per la loro naturale aggressività, per il fatto che usassero i denti anche per mordere.

Quando, però, in questa operazione di selezione, qualcosa va storto, ci scandalizziamo, chiediamo che si prendano provvedimenti contro i cani, magari contro qualche particolare razza che, nell’immaginario collettivo, ma quasi mai nelle statistiche e negli studi documentati, viene identificata come più feroce e mordace delle altre.

E’ un atteggiamento radicalmente specista dove l’amicizia, in realtà, c’entra poco o nulla. Manipolare i cani per fare in modo che rispondano alle nostre esigenze, per poterli meglio utilizzare e sfruttare è, infatti, una forma di dominio che caratterizza il nostro normale rapporto con loro e con tutti gli altri animali.

All’opposto, una forma essenziale di rispetto e di amicizia, dovrebbe spingerci, tanto per cominciare, a considerare i cani come individui dotati di una naturale aggressività. Individui che potrebbero usare i denti proprio come noi potremmo utilizzare le mani. Individui che, una volta sottoposti a forti cariche di stress (come ad esempio durante la prigionia, quando si è costretti in ambienti malsani e isolati, quando manca la socialità con i simili) potrebbero trasformare questa naturale aggressività in un vero e proprio attacco. Esattamente come accade a noi umani.

Questo rispettoso riconoscimento, allora, ci spingerebbe con più facilità a cercare di capire il loro linguaggio, i loro messaggi, i loro bisogni essenziali, ci spingerebbe a riconoscere il disagio che esprimono, a prendere provvedimenti per cercare di arginarlo, per smettere di provocarlo.

In realtà, i trafiletti che documentano le aggressioni da parte dei cani, raramente ne forniscono anche una dettagliata ricostruzione e tendono, più che altro, a sottolineare la ferocia del cane e il dramma della vittima umana. Ma a voler approfondire, poi, viene alla luce quasi sempre una situazione di frustrazione, di isolamento, di squilibrio da parte del cane che, nel corso della sua vita, non ha avuto la possibilità di confrontarsi, di fare esperienze, di distinguere una normale situazione da una reale minaccia per la sua incolumità. Nella maggior parte di questi casi, infatti, il cane aggredisce proprio per difendere se stesso o i suoi cuccioli, per rispondere a ciò che percepisce come un pericolo imminente. Anche se non è tale. Si scopre, allora, come il malaugurato incontro è stato carico di malintesi, come è arrivato al drammatico risultato finale dopo una lunga serie di difficoltà da parte del cane stesso che, dal canto suo, ha tentato in ogni modo di comunicare un disagio.

Ma la risposta al disagio di un cane, quasi sempre, è la reclusione in un canile dove la paura, l’isolamento, la depressione, la rabbia, immancabilmente, aumenteranno, fino a diventare un baratro senza vie d’uscita. Il cane che esprime un disagio, infatti è identificato come una scocciatura, un fastidio. Difficilmente si cerca di mettere in discussione le motivazioni che l’hanno generato, difficilmente si è disposti a prendere i provvedimenti essenziali, che necessitano di attenzione e professionalità.

Dopotutto, le nostre comunità, che consideriamo così pacifiche, evolute e liberali, ma che soprattutto consideriamo essere composte da individui umani e superiori, non sono disposte ad andare incontro ai cani, a compiere il minimo passo indispensabile, a studiare il loro linguaggio, le loro elementari caratteristiche etologiche, il loro modo di esprimersi e di comunicare. Non sono disposte ad adattare le architetture, i paesaggi, gli stili di vita tenendo conto anche della loro presenza. Così continuiamo a scegliere i nostri cosiddetti migliori amici in base al colore del pelo, alla razza, alle mode o alle caratteristiche fisiche che potrebbero tornarci utili, che potrebbero piacerci o intenerirci. Continuiamo a comprarli e a venderli come merce che stocchiamo nei canili quando smette di soddisfarci o crea qualche problema di convivenza. Veri e propri campi di concentramento dove i cani che esprimono un disagio vengono rinchiusi. Luoghi dove non è possibile neppure iniziare un percorso di recupero. Ed è qui che finiscono i cani che mordono. Senza via d’uscita.

Ma i cani, quando ci mordono, esprimono un disagio esistenziale che ci riguarda profondamente, lo fanno quando, arrivati ormai al limite della frustrazione, non hanno altra scelta. Sono la rappresentazione del baratro specista a cui li stiamo conducendo. E invece di cercare di comprendere, riparare, favorire, tendiamo a creare lo scandalo della bestia feroce, fin quasi a dimenticare che stiamo camminando insieme a loro da millenni, un privilegio che, probabilmente, non abbiamo mai meritato.

Questo testo di Troglodita Tribe è stato letto durante la trasmissione radiofonica “Restiamo Animali” che si può ascoltare per intero qui.
Un seguito alle riflessioni scaturite dal nostro libro “Chiudiamo i canili” Ortica Editrice

26 giugno 2022

IL BLUES DEL FALSO EDITORE ANSIOSO

Se c’è una cosa che non sopporto è presentare i miei libri.
Presentarli in modo canonico, parlandone in pubblico intendo, alzando la voce da tenore pur di far sapere al mondo che li ho scritti. Mi manca il fiato, mi viene l’ansia solo a pensarci. E poi se avevo la stoffa per esibirmi facevo il cantante, l’attore, al limite il politico.
E tu non presentarli!
Infatti per tanti anni ho pubblicato libri impresentabili. Fotocopiavamo, con la mia compagna, una micro tiratura per ogni testo, realizzavamo le copertine con i cartoni dei supermercati, stampavamo i titoli sui retro dei volantini colorati, per poi ritagliarli e incollarli. Oppure, se erano titoli di una parola o due, li scrivevamo direttamente con lo smalto per unghie o con i timbri.
Li tagliavamo in diversi formati e li cucivamo a mano questi manufatti, uno a uno.
Sì, lo so, non erano libri. E infatti li chiamavamo libelli, libroidi mutanti, scartafacci.
Costruimmo pure dei “libri” da taschino dotati di copertina ricavata da trancetti di cartoline illustrate. Utilizzammo di tutto, pure le vecchie radiografie. Per un testo surreale dal titolo “L’arte come merda la merda come arte” scegliemmo i cartoncini per raccogliere la cacca dei cani. Con una vecchia stampante ad aghi riuscii a scrivere su un rotolo di etichette dei pelati, ma anche sulla carta a doppio strato dei sacchetti del cemento. Riuscimmo ad usare un campionario di tappezzeria anni settanta per confezionare patenti per scrittori e scrittrici, patenti con lo spazio per la foto, da compilare anche con l’incipit del primo libro realizzato, patenti iene di provocazioni da sfoggiare al posto dei documenti veri.
Piacevano un sacco.
E noi ci divertivamo un mondo.
Tutto quello che raccoglievamo: dalle cartellette da ufficio ai scartati da un calzaturificio che utilizzammo per un libello sulle gioie dell’andare a piedi, dai pacchetti di fiammiferi (per la collana Al Fuoco!) ai tranci dei vecchi vinili, poteva essere trasformato in libro, pardon, libroide. Poteva, come minimo, diventare una copertina. Ne realizzammo diverse con i biglietti del tram di Milano, erano così micro e così pop che ci costrinsero a produrre un’intera collana: ATM (Atipici Testi Misti).
Con il nostro notevole assortimento di prodotti editoriali riciclati e riusati, diventammo falsi editori: ci infiltravamo all’interno di fiere e festival di provincia e diversi giornalisti, blogger e organizzatrici di mostre ed eventi ci scambiavano per editori veri, ci intervistavano, ci invitavano.
Sbarcavamo il lunario senza difficoltà.
Erano libelli drasticamente impresentabili, nel senso che non avrebbe avuto senso presentarli e raccontarli, facevi molto prima a consumarli sul momento, materiale effimero che si scioglieva come neve al sole. Ma nello stesso tempo belli da possedere, sfiziosi da collezionare, accattivanti da regalare. Una variante scintillante al concetto di libro, ma non un libro d’artista, piuttosto un libro troglodita. C’erano assaggi di saggi sulla sfiga che non esiste e sull’ozio estremo che induce a scrivere meno, molto meno, c’era un’istigazione realizzata con gli sconti dei supermercati intitolata I gruppi di non acquisto, c’era l’elogio delle delle briciole e pure l’anti arte femminista di Mostriamo il mestruo, macchiato con vero sangue mestruale.
Poi il terremoto.
Quasi un castigo divino.
Un terremoto vero che ci costrinse a cessare l’attività, ad abbandonare la nostra casa in pietra al limite del bosco, quella casa dove lavoravamo, dove avevamo accumulato tonnellate di scarti, ritagli, confezioni, cartine e copertine, quei boschi dove avevamo raccolto anche i nidi caduti dagli alberi per arricchire uno dei nostri best seller, un poetico libro in scatola che spuntava, appunto, dal nido.
Ci trasferimmo in Sicilia, terra meravigliosa, patria di illustri letterati e premi Nobel. Terra dove le case e la vita costano molto meno, terra di sole e mare. Terra, però, con pochissimi lettori, con poche librerie e quasi nessun festival dell’editoria.
In quel contesto, i nostri libri clandestini, fatti con gli scarti, auto costruiti, rilegati con cuciture estemporanee e piccole acrobazie sartoriali, dipinti, disegnati, macchiati, bruciacchiati, con inserti di carta fatta a mano, di collage, con tocchi di materiale di risulta, non trovavano terreno per fiorire.
Alla fine fummo costretti a scrivere libri veri per editori veri. Per sfinimento, per necessità.
Certo che li amo i libri, sono un lettore estremo, tanto che uno dei nostri primi libroidi mutanti s’intitola proprio così: I lettori estremi, E sfondavamo una porta aperta, visto che i nostri clienti erano, appunto, lettori estremi, scrittrici compulsive, grafiche, graffittari e pubblicitarie, gente con uno spiccato senso dell’umorismo editoriale.
Sì lo so, sono molto più nobili i libri veri, solo che ci avevo preso gusto con quei loro fratellini scapestrati, con quelle loro sorelline perdigiorno, vere streghette disertore, insubordinate, irriducibili e, soprattutto, impresentabili.

11 giugno 2022

TRA IL PRIMO E IL SECONDO PIANO L’ASCENSORE SI FERMA DI BOTTO…

La buona notizia è che sono riuscito a incrociare la ragazza del terzo piano.
Siamo entrati insieme in ascensore e abbiamo scambiato qualche parola. Era più di un mese che ci sorridevamo da lontano e adesso finalmente è qui.
Solo che c’è anche la cattiva notizia…
Tra il primo e il secondo piano l’ascensore si ferma di botto.
Schiaccio di nuovo il terzo e niente. Schiaccio il piano terra e neanche a parlarne.
A molti potrebbe sembrare l’occasione d’oro, quasi da film. Ma se in ascensore c’è un ansioso, la commedia sentimentale si trasforma puntualmente in dramma. In alcuni casi anche in horror.
Il fatto allucinante, poi, è che non posso certo esternare quello che penso come se niente fosse. Non posso uscirmene bello bello col classico: “Ormai è finita, moriremo soffocati!”.
Oltre all’angoscia claustrofobica d’esser chiuso in questa maledetta trappola, devo pure fingere che si tratti di un normalissimo inconveniente, una cosa che si risolve in pochi minuti. Il tempo di suonare l’allarme e il portiere aprirà le porte.
Già, ma se ci fermiamo tra un piano e l’altro, come diavolo fa il portiere ad aprire le porte?
Il solito drammatico-ansioso-catastrofico!
Come vuoi che faccia? Come sempre! All’ultimo piano c’è un locale-ascensore da dove si può manovrare la cabina manualmente per riportarla al piano e aprire le maledette porte. Lo sanno anche i bambini.
Al limite, se proprio non si riesce ad aprire, si chiama in soccorso qualcuno. Sulla pulsantiera dei comandi c’è sempre un numero di telefono: basta chiamare e arriva il tecnico col suo bel borsone di attrezzi che mette tutto a posto.
La mia mente galoppa alla velocità della luce.
E mentre immagino il tecnico che corre col furgone a sirene spiegate, che rimane senza benzina, che chiama un altro tecnico, che lo fanno attendere in linea tre quarti d’ora, che non ci sono più tecnici disponibili perché proprio in quel momento si sono bloccati altri cento ascensori della stessa azienda, mentre immagino anche il portiere che sale le scale con l’affanno per arrivare al locale ascensore, mi rendo conto che sono passati solo dieci secondi da quando siamo fermi tra il primo e il secondo piano. E nemmeno cinque da quando ho premuto il pulsante dell’allarme.
Lei mi guarda un po’ preoccupata e dice: «Cavolo, si è bloccato l’ascensore!»
Schiaccio di nuovo freneticamente il piano terra.
«Già, sembrerebbe proprio bloccato…» confermo, cercando di non guardarla.
Il solo fatto di ripetere che l’ascensore è bloccato mi manda sempre più nel panico. “Bloccato” è proprio un termine che non si dovrebbe usare dentro un ascensore bloccato. “Fermo” magari, oppure “in pausa”, o ancora meglio “momentaneamente indeciso se muoversi verso l’alto oppure verso il basso”…
Ma non “bloccato”!
“Bloccato” ha quel suono così irreparabile, è l’anticamera di un attacco di panico.
Che poi non posso nemmeno permettermelo, visto che sono bloccato con una ragazza che ora aggiunge anche di aver paura di rimanere intrappolata in un ascensore. E lo sottolinea pure, quell’intrappolata, come se fosse la camera della morte che tra poco si riempirà d’acqua facendoci annegare senza scampo.
«Ma no, non c’è da preoccuparsi» le dico in un rantolo strozzato con quel po’ di ossigeno che ancora mi è rimasto in corpo. «Abbiamo appena suonato e ora il portiere ci aprirà le porte. Un po’ me ne intendo di ascensori. Sono ipersicuri, hanno il doppio cavo, le guide laterali, il limitatore di velocità, il freno. E poi, in caso di guasti si manovrano a mano dall’alto…»
«Te ne intendi davvero? Sei un ingegnere?»
Ecco, ora diglielo che ti sei buttato a studiare come funziona l’ascensore solo perché eri terrorizzato di precipitare dall’ottavo piano, o di rimanere bloccato – anzi intrappolato – fino a morirci dentro per il panico. Diglielo che hai calcolato la media dei tempi utilizzati dai tecnici per ogni intervento e che solo dopo aver scoperto – statistiche alla mano – che era molto più probabile cadere dalle scale che dall’ascensore, ti sei deciso a utilizzare quello del condominio.
Invece, da bravo ipocrita, riesco anche a sorridere e a dirle che no, non sono un ingegnere, ma scrivo racconti e allora sono sempre molto curioso di scoprire come funzionano le macchine. Tutte le macchine.
Poi l’ascensore comincia a muoversi lentamente, con piccoli balzi da brivido.
«Ecco», confermo, «qualcuno dall’alto sta riportando la cabina al piano. Lo sapevo io che non c’era da preoccuparsi!» E lo dico mentre in realtà sto pensando che quei balzi potrebbero essere anche dovuti al freno che inizia cedere, o alle guide laterali usurate per un cortocircuito.
Lo dico e trattengo il fiato. La guardo, sorrido e trattengo il fiato.
Dopo un paio di minuti di apnea ci fermiamo. Provo con le mani e le porte si aprono quel tanto da permetterci di sgattaiolare fuori.
Siamo al pianterreno: mi riempio d’aria i polmoni e la vita torna a splendere in tutto il suo meraviglioso fulgore.
Ci presentiamo e lei mi chiede addirittura se gradisco un caffè al bar. Così, giusto per riprenderci.
Alla parola “caffè” mi ricordo di essere un ansioso.
Molto meglio un orzo, altrimenti sai il casino che combino?

da “VERSETTI IRONICI CONTRO L’ANSIA” di Fabio Santa Maria Incipit23 Edizioni

Ansia da ascensore, da aeroplano, da esame! Ansia di parlare in pubblico e di morire all’improvviso! Ansia senza motivo e ansia a 180 battiti al minuto! Ansia da ritardo, da parcheggio, da esame e da colloquio di lavoro. Ansia d’amore e ansia di aver lasciato aperto il gas…
Finalmente tutte le ansie del mondo unite in cinquanta micro racconti, un libro per distrarre l’ansia, per soffocarla di risate, per farla precipitare dalle scale. Con il contributo di ANA LISTA, la consulenza di MANCA LARIA e la post fazione di MORI REMO.
Disponibile subito (prima che sia troppo tardi!) nelle più ansiose librerie d’Italia e naturalmente anche online! Qui il book trailer

9 giugno 2022

GATTI E LIBERTÁ

Filed under: gatti — Tag:, , , , , , — Fabio Santa Maria @ 3:01 PM

di Troglodita Tribe

Non è un mistero che la liberazione sia un percorso lungo e difficile, che ci sia da combattere con muri e gabbie di ogni genere, ma se c’è un fatto evidente, inossidabile, senza il quale questo percorso non è neppure iniziato, è proprio la facoltà di riuscire ad immaginare questa liberazione, la facoltà di reputarla possibile, realistica, attuabile.
Chi considera la libertà una mera utopia, chi pensa all’anarchia come ad un fatto puramente teorico che non trova certo posto nella propria vita quotidiana, che non è neppure ipotizzabile in questo contesto storico, ha perso, ovviamente, ogni possibilità di liberarsi.

Franco, un anarchico che conoscemmo in un paesino nei pressi di Seborga (IM), una volta ci disse: “Io all’anarchia ci credo davvero. Sono davvero convinto che la possiamo realizzare, ma non in un futuro lontano, la possiamo realizzare nel giro di poco tempo. Se non ci credessi non sarei anarchico.”

Ed è vero, verissimo. Come si fa a credere in qualcosa che si ritiene irrealizzabile?! Nel momento in cui lo ritieni irrealizzabile, illusorio, impossibile, hai già smesso di crederci.
L’immaginario umano, però, in moltissimi casi, è talmente domato e addomesticato da non riuscire più neppure ad immaginare realizzabile non solo la propria liberazione personale (così connessa a quella collettiva), ma il concetto stesso di libertà.

Leggo da un blog di “esperti” di gatti e resto allibito: “La libertà del gatto è un concetto romantico ed attraente, ma, in pratica, è il sistema più sicuro per abbreviarne l’esistenza, sempre che  non sia possibile liberarlo in un luogo assolutamente sicuro, come un cortile o un giardino chiuso da ogni parte  da muri sufficientemente alti , infatti, le reti sono scavalcate facilmente e basta un albero a “portata di zampa” e l’evasione è certa.”

Evidentemente neppure la caparbia insistenza del gatto nel ricercare la sua libertà è sufficiente per far comprendere i suoi desideri, le sue intenzioni, la sua volontà. Togliere la libertà a qualcuno “per il suo bene” significa considerarlo, a tutti gli effetti, un incapace, un essere che non è neppure in grado di vivere a suo modo. Succede nei manicomi, succede con ogni forma di proibizionismo, succede quando si pretende che i nomadi non possano spostarsi come meglio desiderano, succede in tutte le forme di “educazione” repressiva e violenta. Succede perché chi è differente, chi si scosta dalle direttive indicate dal dominio, chi agisce e dimostra la propria libertà deve essere ricondotto sulla retta via, ad ogni costo.

Il gatto nero è un simbolo utilizzato dai movimenti anarchici a causa della sua indipendenza, della sua irriducibile propensione alla libertà.

Il gatto nero anarchico si chiama, genericamente, Wild Cat (gatto selvatico). È un gatto nero (molti lo intendono come una gatta nera, però) in posizione di allerta e di combattimento, con la schiena inarcata; una raffigurazione ripresa in maniera esatta dall’atteggiamento di ogni gatto che si predispone alla lotta. Tra gli anarchici è però noto come Sab Cat o Sabo Tabby: questo il nome che gli (le) diedero gli Industrial Workers of the World. “Gatto Sabotatore”, o “Sabomicio”. Non poteva essere altro che nero (nera): fin da circa il 1880 il colore nero è associato all’anarchismo, e in particolare all’anarcosindacalismo. Una caratteristica che si è mantenuta nella denominazione inglese per lo “sciopero selvaggio”, vale a dire quello intrapreso spontaneamente dai lavoratori senza nessuna “concertazione” con i sindacati ufficiali e senza preavviso: Wildcat strike. In inglese, le azioni di sciopero diretto, non mediato e a oltranza sono lo sciopero del gatto selvatico -naturalmente nero.

Rinchiudere un gatto in una gabbia, però, è un ulteriore simbolo, è la negazione della libertà, è la repressone dell’indole libertaria che incarna.

Un gatto ha bisogno di un territorio di diversi chilometri che esplora quotidianamente, marcando il terreno, appostandosi di vedetta in luoghi strategici, combattendo per difenderlo. La vita di un gatto si realizza esclusivamente in condizioni di libertà. In una gabbia o in un appartamento potrà sopravvivere, certo, proprio come un umano potrà sopravvivere dentro una cella, o costretto ad un lavoro stressante che odia, che lo reprime, che lo porta inevitabilmente alla nevrosi e alla malattia.

Se non si riesce più a concepire la libertà per le specie non umane, che sono libere per antonomasia, che fondano la loro intera esistenza sulla libertà, se vogliamo rinchiudere anche loro, come possiamo sperare di liberare noi stessi?
Del resto si tratta dell’ennesima conferma di quanto la liberazione umana sia legata indissolubilmente alla liberazione animale. Chi non è libero, chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle, vuole rinchiudere tutti gli altri. Rinchiuso in gabbie mentali, rinchiuderà gli animali in gabbie di ferro.

Chi non riesce neppure ad immaginare un mondo di libertà, lotterà inevitabilmente per un mondo fatto di muri e di gabbie. Un mondo a sua immagine e somiglianza. Un mondo che gli dia l’illusione di sentirsi al sicuro e al riparo dai rischi, dai pericoli, dagli incidenti, dalle malattie, dalla crisi. Un mondo dove di libertà si parla solo sui libri e sulle riviste.

Tutto questo ci mostra quanto il dominio di una razza, di un genere, di un esercito o di una specie sulle altre non sia soltanto causata dal des

iderio di soddisfare i propri interessi a scapito di quelli altrui, ma anche dalla paura e dalla rassegnazione. Chi viene dominato quotidianamente (al lavoro, in famiglia, all’università…) è una vittima che non potrà fare a meno di replicare e favorire la catena del dominio.

I contadini, sfruttati e angariati dai proprietari terrieri, sfruttavano donne e animali. I militari di leva, sfruttati e dominati dai superiori, tendevano a sfruttare e dominare i nuovi arrivati creando nuove gerarchie.

La catena del dominio tende inesorabilmente a replicarsi. Chi tenta di spezzarne una maglia, quando non viene soppresso, deve essere per forza relegato nel mito di una teoria irrealizzabile.

Chi è stato domato non riesce più a sopportare la vista della libertà. La libertà vissuta, per chi è rassegnato, risulta una luce fastidiosa e abbagliante.

La vista di un gatto libero infastidisce alcuni “protezionisti” proprio come tanti anni fa la vista di un giovane hippy infastidiva la benpensante borghesia. La vista di un gatto libero, senza futuro, senza alcuna sicurezza, scatena quel finto amore che spinge a rinchiuderlo per prolungargli la vita.

Ma un gatto libero non è un’anima in pena alla ricerca di un padrone che lo accudisca. In realtà il gatto non è mai randagio, ma sceglie una zona che reputa adatta per la sua sopravvivenza e, nonostante i lunghi vagabondaggi, torna sempre nella sua zona. Quando il territorio è particolarmente promettente si possono formare, in maniera del tutto spontanea, delle colonie feline: vere e proprie comunità di gatti liberi. Ed è proprio in questo contesto che è possibile, casomai, aiutare e curare i gatti senza imprigionarli.

Ma come si fa per i gatti che vivono da sempre in un appartamento di città? Come è possibile liberarli se si abita al settimo piano di un palazzo nel pieno centro di una metropoli?

Di certo non è un’impresa semplice.

Tanto per cominciare occorrerebbe realizzare che questo gatto ha comunque un gran bisogno di riacquistare la sua libertà, di assaporarla, di viverla, proprio come chi ha scelto la sua compagnia.

Ed è proprio osservando il gatto che questa persona potrebbe acquisire la reale consapevolezza di quanto la libertà sia indispensabile per una vita degna di questo nome. L’attenta e paziente osservazione del gatto, in effetti, ci pone nella mirabile situazione di allargare le nostre percezioni, di entrare finalmente in sintonia con il gatto nero dell’anarchia che mai si rassegna e mai smette di lottare per la sua libertà.

Entrare in sintonia con questo spirito felino e ribelle mostrerà con chiarezza un nuovo atteggiamento di apertura convincendoci definitivamente che chi condivide una gabbia con un altro essere, invece di trattenere il suo compagno, dovrebbe architettare insieme a lui un piano di fuga.

E allora, questa persona, potrebbe cominciare a portare se stesso e il gatto in situazioni di libertà, che siano per entrambi possibili e vivibili. Dovrebbe industriarsi per guarire e lasciare andare la paura che lo sta trattenendo, per abbandonare la sua stessa cella che rende impossibile la libertà al gatto, e trovare una sistemazione in cui un umano e un animale possano convivere senza costringersi, senza rinchiudersi, senza rinunciare a tutte le potenzialità dei loro corpi e delle loro menti. Certo, la mancanza di denaro e la mancanza di quell’illusoria sicurezza che imprigiona quotidianamente la maggior parte di noi umani, potrebbero essere degli ostacoli non indifferenti, ma superare questi subdoli condizionamenti è oramai il minimo che possiamo fare, se ancora abbiamo il coraggio e l’ardire di pronunciare la parola libertà.

Per farla breve, occorrerebbe essere così pazzi da cambiare casa e vita per il proprio gatto (che ovviamente non è di nessuno se non di se stesso). Perché il significato di voler bene a un gatto che vive rinchiuso può essere identificato solo nell’aiutarlo a ritrovare il senso della sua vita, che è la libertà.

E poi, riuscendo in questa mirabile impresa, avremo dato un senso anche alla nostra di vita. Avremo aiutato davvero un individuo che amiamo: il gatto, ritrovando insieme a lui la nostra libertà.

28 Maggio 2022

L’ORECCHIA SULLA PAGINA

Ho sentito di lettori che, oltre ad incriminare volentieri gli autori delle orecchie, andavano orgogliosi di aprire il tomo senza allargarlo più di tanto in modo da mantenere quella parvenza di nuovo, quella freschezza di stampa, quell’illibata purezza da libro appena colto in libreria o, ancor meglio, appena uscito di tipografia.
Gente che il libro è mio e guai a chi me lo tocca, gente che i libri non li presta più, per nessun motivo al mondo, perché quella volta non glielo restituirono e lui volò libero di mano in mano, senza mai più fare ritorno sulla teca polverosa dove l’avevan confinato.

Ho sentito di lettori che, sul treno, di fronte all’autore di un’orecchia, provavano malessere e preferivano cambiar di posto. E quasi, in tutto il vagone, si poteva percepire quel loro afflato di disprezzo, quel loro sentirsi superiori, nobili di rango e di cuore di fronte alla brutalità del mondo che torturava la bellezza e la poesia, che non poteva capirla e non sapeva parteciparvi, perché faceva l’orecchia al libro.

E li osservavo spesso questi lettori.
Passò un periodo in cui ne venni quasi contagiato. Mi attraeva fatalmente quel loro altezzoso amore, quella loro delicatezza altolocata, quel loro atteggiarsi a poeti del libro, gli unici che potevan percepirne l’energia sottile.

Perché anch’io amavo i libri. Tutti i libri. Davvero, per il solo fatto che fossero libri mi tiravano come calamite. Solo che l’infatuazione per i lettori che facevano la guerra all’orecchia sulla pagina durò poco. Durò finché non mi chiesi seriamente che cosa fosse un libro. Arrivai alla conclusione che l’oggetto sul quale si facevano o non si facevano le orecchie, era solo una manifestazione del libro, di quel determinato libro che viveva in migliaia di altri luoghi: librerie, case, biblioteche, zaini, borse, scrivanie, centri commerciali, lavanderie a gettone, barbieri, sale d’aspetto.

Amare “1984” di Orwell, allora, non significava rispettare l’integrità di quella determinata copia finita accidentalmente nelle mie mani, di quell’edizione particolare che mi avevano regalato e che conservavo da anni. Limitarsi a questo amore, a questo rispetto, sarebbe stato come confondere il dito che indica la luna con la luna stessa.
Amare “1984” di Orwell, allora, doveva esser cosa assai più elaborata. Occorreva far vivere quel mondo – perché ogni libro è un mondo – il più possibile, farlo risuonare in quella dimensione che ci ostiniamo a chiamare realtà nei modi più diversi.

Occorreva aprirlo milioni di volte, farlo girare, prestarlo, regalarlo, comprarlo, leggerlo ad alta e bassa voce, velocemente saltando anche qualche riga per la fretta di arrivare fino in fondo, oppure con la massima lentezza respirando con calma ad ogni virgola. Occorreva lasciargli addosso i segni del passaggio dei lettori, che per un libro sono i segni del tempo, i segni della vita che si vive, le prove che non si è stati sempre chiusi in un cassetto, o schiacciati in libreria. Perché la vita, i segni, li lascia addosso a tutti, e la bellezza, quella vera, la puoi leggere proprio scorrendo questi segni che raccontano come te la sei giocata.
E allora compresi che anche le orecchie, anche loro entravano nella magnifica danza del libro. Perché un libro rispettato in quella vecchia maniera compunta sarebbe stato, inevitabilmente, un libro poco usato, poco vissuto, poco letto, sempre più lontano dalla nostra dimensione.

Quando m’imbattevo in un libro usato, allora, raddrizzavo qualche orecchia, sfilavo qualche vecchio biglietto, gustavo noterelle a matita, sopportavo dediche melense, e mi sorbivo pure file tremolanti di sottolineature senza batter ciglio.
Avevo tra le mani un volume che aveva viaggiato, ed era meraviglioso immaginare come quella storia, quel mondo che conteneva fosse stato condiviso da tante persone. Avevo un libro carico di emozioni, un oggetto con un’anima e con un cuore che sentivo palpitare,

Tratto da “Sempre e solo libri usati” di Troglodita Tribe autoproduzione realizzata manualmente con scarti cartacei

26 Maggio 2022

STORIA D’AMORE D’ANSIA E DI GIOCOLERIA

Filed under: ansia, editoria creativa casalinga, libri ansia, Scrivere — Tag:, , , — Fabio Santa Maria @ 11:00 am

La giocoleria è l’arte di lanciare uno o più oggetti e riprenderli al volo, ma è anche un’attività che può aiutare ad espandere la mente e a placare l’ansia.
La mente di un giocoliere, infatti, entra in sintonia con il movimento armonico degli oggetti che lancia e, in un certo senso, diviene quel movimento evadendo dalle dinamiche stressanti. Si tratta di un gioco affascinate, quasi ipnotico, legato soprattutto al prendere al volo e al lasciare andare.
L’ansia, soprattutto l’ansia anticipatoria, è quella curiosa propensione a preoccuparsi prima, ad anticipare quello che di nefasto potrebbe accadere, proprio ciò che succede nella giocoleria: devi anticipare, prevedere la traiettoria dell’oggetto che sta per cadere, per poi posizionare la mano e riuscire a prenderlo al volo. Quindi, in modo piuttosto disinvolto e un po’ provocatorio, si potrebbe quasi affermare che giocoleria e ansia abbiano le stesse basi, anche se la prima ha il potere di placare la seconda.
In realtà, lanciando e prendendo al volo le palline, si riesce a sperimentare una dimensione simile a quella della meditazione, con la differenza che la giocoleria è molto più divertente, dinamica e alla portata di tutti.
Ora provo a dimostrare queste singolari affermazioni raccontando un episodio della mia vita di ansioso in cui, grazie ad entrambe, ansia e giocoleria, riuscii a fare colpo e a compiere un gesto a dir poco eccezionale.

Ero in birreria con la ragazza che sarebbe poi diventata la mia compagna di una vita. Ci eravamo conosciuti da poco ed ero innamoratissimo. Sedevamo abbastanza vicini a un tavolino appartato. Lei beveva un calice di prosecco e io una birra piccola. Stava parlando ed ero talmente incantato dal suono della sua voce che, quasi, mi perdevo il senso delle parole. Ad un certo punto, però, noto che il suo calice è troppo vicino al bordo. Mi pare brutto spostarlo di mia iniziativa e neppure voglio interromperla sul più bello. Eppure me lo sento che è destinato a cadere, che è lì lì, che basta un piccolo movimento del gomito e finirà in mille pezzi. Mi prende una strana ansia: lo sposto o non lo sposto? La avverto o non la avverto? La interrompo o non la interrompo? E’ un dubbio disturbante che rovina l’atmosfera, che distrae, che crea disagio. E proprio mentre non so che fare, visualizzo il bicchiere che cade anche se non è ancora caduto. In altre parole il bicchiere cade davvero, ma io me ne accorgo con almeno un secondo di anticipo rispetto alla realtà. In questo modo ho il tempo di allungare la mano e prenderlo al volo poco prima che tocchi terra. Sì! Lo prendo proprio al volo lasciando cadere giusto qualche goccia di prosecco sul pavimento e lo rimetto al suo posto con un sorriso. La mia ragazza mi guarda con gli occhi spalancati chiedendomi come sia possibile, come ci sia riuscito. Da un tavolo vicino altri avventori hanno assistito alla scena e uno mi applaude, un altro dice qualcosa tipo: “che riflessi straordinari!” e applaude anche lui. Nel giro di qualche secondo scroscia un applauso generale, tutto per me!
In realtà non fu solo merito dell’ansia anticipatoria, ma anche del fatto che in quei giorni mi stavo esercitando con la giocoleria. Ero abituato a prendere le cose al volo, ad anticipare la loro traiettoria…

Questa storia è tratta dal mio articolo “Ansia e giocoleria” da poco pubblicato su Psicolab, qui si può leggere la versione integrale

Qui invece il link alla pagina di “Versetti ironici contro l’ansia” Incipit23 Edizioni
Raccontini fulminanti, comici, demenziali, surreali, divertenti… contro l’ansia! Disponibile anche su tutti gli store online!

SCRITTORE ANSIOSO CERCA DISPERATAMENTE EDITRICE ANSIOSA

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UN’IMPRESA DEMENZIALE

Questa è una storia vera. Sono un autentico scrittore ansioso che ha scritto un libro ironico sulla sua stessa ansia. Diciamo che è una deviazione demenziale rispetto al classico diario terapeutico prescritto dal solito analista, che poi mi ha convinto a buttarmi in quest’impresa ancor più demenziale.
La domanda allora è molto semplice: ci sarà una casa editrice disposta a pubblicarlo? Riuscirò a superare il devastante disagio già compreso nel prezzo di una tale ricerca? Non sono un giovane esordiente, so bene cosa mi aspetta, ma nonostante tutto ci voglio credere, con fermezza e determinazione.

-2-
LA SPASMODICA RICERCA DI UN EDITORE

All’inizio è facilissimo, basta assecondare la mia ansia anticipatoria e iniziare la caccia all’editore giusto qualche pagina dopo l’introduzione. Lo sanno tutti, si deve partire con una serrata e martellante investigazione intorno alle giuste linee editoriali. Cerco allora altri libri ironici sull’ansia per vedere con chi sono stati pubblicati, poi spulcio cataloghi e collane e navigo in base al genere: racconti, microracconti, humour, satira, disagio, yoga della risata… Provo anche ad indagare su come distribuiscono gli editori che mi sembrano adatti e, soprattutto, tento di smascherare gli EAP (editori a pagamento) sempre più spesso camuffati da NO EAP.

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PERFIDE E PUNTIGLIOSE REGOLETTE

Quando finalmente viene il momento di spedire per davvero, sono riuscito ad accumulare una decina di case editrici e allora mi lancio con lettere personalizzate, con la descrizione sintetica dell’opera, la mitica e terribile sinossi che è sempre troppo lunga o troppo corta. Ma ecco che, subito dopo la biografia, cominciano i guai. Perché ci sono editori con specifiche norme redazionali, ci sono decine di perfide e puntigliose regolette che scatenerebbero violenti attacchi isterici anche al più realizzato e pacato degli yogi, figurarsi al tipico scrittore ansioso. Ma non basta, perché poi c’è l’editore che accetta solo pdf e quello che vuole esclusivamente il word; quello che pretende la sinossi nel corpo della mail, mentre la biografia la vuole in allegato altrimenti non ti prende neanche in considerazione. Per non parlare di quelli a cui si può spedire solo nei mesi dispari, oppure di quelli che, più semplicemente, chiudono il sipario improvvisamente e non puoi più spedire fino a nuovo ordine. Li devi tenere d’occhio perché potrebbero aprire una settimana e poi chiudere di nuovo. Devi essere veloce, all’erta, connesso.

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PORTE CHIUSE

Tutti, poi, cercano di scoraggiarti. Sei proprio sicuro di voler spedire a noi? Ma almeno lo sai quante proposte riceviamo al giorno? E per quale strana ragione dovremmo pubblicare proprio la tua?
Mi sento quasi in colpa, un sorta di mendicante che bussa alla porta degli illuminati, uno che fa perdere tempo, uno di quelli che pretendono di pubblicare e, magari, neppure hanno letto la loro intera produzione! Se non sei ansioso ti ci fanno diventare, se invece lo sei già è meglio che lasci perdere, perché in realtà ci vogliono mesi per sapere qualcosa.
Sempre se ti rispondono.

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MEGLIO NON INSISTERE

In effetti scrivere una mail tipo: abbiamo letto e non siamo interessati, grazie, deve essere un’attività troppo snervante. Già le vedo le dita slogate, martoriate e callose dei poveri editori, e vedo anche la loro diabolica espressione… qualcosa tipo Jack Nicholson in Shining mentre riempie plichi e plichi di pagine con il suo mitico il mattino ha l’oro in bocca. Ecco, meglio non insistere che se diventano ansiosi pure gli editori siamo a posto. E poi è ben specificato in modo perentorio e minaccioso sulla pagina dei contatti che non bisogna assolutamente chiedere notizie sul manoscritto inviato. Mi immagino già frotte di incauti postulanti che vengono introdotti in un fantomatico Algoritmo Globale Editoriale e classificati a vita come impubblicabili rompicoglioni.

-6-
LE EAP SONO TRA NOI

Arrivo al punto che ricevere un rifiuto mi sembra quasi un successo! Almeno esisto!
Ne ricevo giusto un paio e poi, puntuali come la morte nera, arrivano anche due deprimenti risposte positive da quelle EAP che, viscide, mi erano proprio sfuggite. Una mi allega direttamente il contratto. E già mi pare strano. Scrive che il libro è perfettamente in sintonia con la loro linea editoriale (ma dai!). Leggo esterrefatto. Poi arrivo in fondo e trovo finalmente l’entità del bonifico richiesto. Hanno anche previsto comode rate mensili. Senza il minimo pudore. Quasi quasi chiedo se c’è anche il tre per due, o magari se è prevista la raccolta dei bollini per il premio finale. Ma non faccio in tempo perché ne arriva subito un’altra ancora peggio: nonostante i miei telegrafici dinieghi insistono, giurano di essere NO EAP, solo che al giorno d’oggi è necessaria una fattiva collaborazione dello scrittore che, anche se molto bravo (aridaje!), dovrà pur pagare alcuni indispensabili servizi, come ad esempio l’editing effettuato da un professionista. In fondo, se credi davvero alla tua opera, che cosa vuoi che siano poche centinaia di euro!

-7-
BASTA! MOLLO IL COLPO!

E l’ansia anticipatoria che mi spingeva a pretendere rapide risposte, inesorabilmente, si trasforma in depressione.
Dalla padella alla brace.
Non dovevo neanche cominciarlo questo libro.
A cinquant’anni suonati ancora a scrivere racconti, ma và và!
Ormai mollare il colpo e mandare tutti a quel paese, analista compreso, è una tentazione sempre più invitante. Ogni volta che apro il file con i miei cinquanta versetti ironici contro l’ansia rischio la crisi di panico. Allora mi viene in mente Murakami che, da qualche parte, ha scritto che bisogna avere pazienza, che se un libro vale prima o poi capiterà l’occasione. Magari ci vorranno dieci, vent’anni, anche tutta la vita! Occorre solo tenerlo pronto, non mollare, continuare a crederci.

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UNA SORPRESA INASPETTATA

Già, ma io sono uno scrittore ansioso, non reggo neanche tre mesi ad aspettare, quindi decido di giocarmi la carta della disperazione. Scrivo un post su un gruppo di auto aiuto per ansiosi. E visto che si tratta del mio primo libro ironico, e per di più un libro ironico contro l’ansia, scelgo di uscire allo scoperto con un tocco demenziale.
Scrittore ansioso cerca disperatamente editrice ansiosa che pubblichi il suo libro di versetti ironici contro l’ansia.
Non si sa mai nella vita.
Ovvio che non funziona.
Però ricevo parecchi incoraggiamenti. Qualcuno vuole sapere di che si tratta, altri mi scrivono che devo assolutamente continuare, perché ironizzare sull’ansia è un vero toccasana. Mi chiedono anche di pubblicare sulla bacheca del gruppo uno dei versetti. Lo faccio e ricevo un bel po’ di cuoricini, faccine e commenti divertiti che mi placano lo stress. Sono meglio di un concentrato di valeriana e biancospino alla massima titolazione. Ma soprattutto, proprio tra i tanti commenti, ricevo, a sorpresa, una vera prefazione. Francesco Ciriolo la scrive così, di getto, improvvisando senza neppure conoscermi, dopo aver letto soltanto il titolo e qualche pagina. Presentandola come una sorta di scherzo. Però è perfetta, proprio la prefazione che desideravo: ironica e dotta al tempo stesso. Scopro solo dopo che Francesco, oltre ad essere uno studioso dai raffinati gusti letterari, è anche un chitarrista che partecipa a jam session improvvisando su melodie jazz/blues.

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SEMBRA IMPOSSIBILE…

Ho il libro, ho la prefazione, ho già dei potenziali lettori che vorrebbero leggere anche gli altri versetti ironici, che me li chiedono proprio.
E l’editrice ansiosa?
Quella arriva qualche settimana dopo. Solo che non è per niente ansiosa, anzi direi l’opposto visto che ha da poco inaugurato a Milano un caffè letterario con una zona relax che è la fine del mondo.
Si chiama Incipit23 e sta solo a mille e duecento chilometri da dove abito. La incontro per caso alla presentazione di un suo libro. Una casa editrice milanese che pubblica un libro su una città siciliana (“Modica, storia di vita e altre dolcezze” di Marco Sammito). Mi piace subito, visto che sono un milanese trasferito in Sicilia. Belli i destini che s’incrociano viaggiando. Appena a casa vado subito sul loro sito, scorro il catalogo e trovo un’interessante collana dedicata a romanzi e racconti, poi leggo avidamente le esplicite dichiarazioni NO EAP. Ho come una premonizione: è quella giusta, me lo sento.
Spedisco e il giorno dopo già rispondono ringraziandomi e assicurandomi che riceverò un feedback entro un mese. Sia in caso positivo che in caso di rifiuto. Sembra impossibile, ma è tutto vero, e non è neppure una risposta automatica.

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A VOLTE RITORNANO

Dopo venti giorni arriva la loro mail. Oggetto: Versetti ironici contro l’ansia.
Il dito titubante e ansioso sbaglia a cliccare e mi apre la mail della casa editrice EAP con il solito maledetto bonifico da inviare a rate. E’ una persecuzione. Torno indietro sognando un’applicazione in grado di bloccarli a vita. E finalmente apro quella giusta.
Il libro li ha conquistati, è piaciuto molto, lo vogliono!
Firmo al volo il contratto perché risponde pienamente alle caratteristiche dei migliori micro editori che ho trovato nel blog della scrittrice Elisa Averna.
I miei versetti passano allora sotto le forche caudine di Enrico Triolo, l’editor della casa editrice, che scova tutti i miei tic: ad esempio quei baluginanti salti temporali che fanno passare chi legge dal presente storico all’imperfetto e poi dal tu all’io… così, alla velocità della luce, giusto per non farmi mancare niente. Discutiamo, correggiamo, ci scriviamo e alla fine il testo, che avevo riletto almeno cinquanta volte prima di spedirlo, si fa decisamente più godibile e pulito. Poi la quarta, la breve bio, il comunicato stampa, il book trailer. Tutto un lavoro di squadra che fluisce alla grande.

-11-
IL FAMOSO EXTRASISOTLE SA SCRITTORE ANSIOSO

Un giorno sono in macchina e suona il telefono, è un altro editore interessato ai miei versetti ironici. Per poco non vado a sbattere. Meno male che c’è il viva voce e ho entrambe le mani sul volante. Mi manca l’aria, il battito tocca almeno i 90 al minuto e quindi fatico non poco ad interpretare la parte dello scrittore navigato. Spiego che ho già firmato un contratto, che è troppo tardi e, chissà, magari sarà per il prossimo libro, visto che ne ho appena terminato un Campionario pazzo di chi accumula. Poi, è solo un attimo, ma arriva anche un insinuante brivido di soddisfazione (sarà certamente il famoso extrasistole da scrittore ansioso e felice) nel negarmi in modo così perentorio.

-12-
SI’, MA QUESTI VERSETTI IRONICI CONTRO L’ANSIA?

Però, ora che ci penso, non ho scritto neanche due righe sul libro, arrivi alla fine dell’articolo e neanche sai cosa succede, in questi fulminanti racconti ironici. Neppure ho scritto di quel versetto in cui, preso dall’ansia da video in diretta, fantastico su quale potrebbe essere la location ideale e mi viene subito in mente, al posto della solita libreria a far da sfondo, il mio scaffale in legno autocostruito e pieno di integratori: è tutto un fiorire di Ansiben, Fullrelax, Calmolil, macerati glicerici ed estratti secchi di escolzia, verbena, passiflora… E neppure ho scritto di quando, già dall’introduzione, mi immagino la presentazione e, alla prima domanda, un’ansiosa bionda dagli occhi magnetici mi chiede come diavolo fa uno scrittore ansioso a parlare in pubblico del suo libro sull’ansia senza farsi venire un attacco di panico. E il bello è che rispondo con una serie di battute e poi lei mi offre pure da bere!
E ora che faccio? Incollo la quarta così, come se niente fosse? O è meglio il link alla pagina del libro? Già! E se poi non lo clicca nessuno? Mamma che ansia! https://www.incipit23.it/negozio/libri/racconti/versetti-ironici-contro-ansia/

24 Maggio 2022

Breve biografia dello scrittore ansioso con coming out

Filed under: Scrivere — Tag:, , — Fabio Santa Maria @ 6:41 PM

Ansioso sin da quando nacque a Milano nel 1964, Fabio Santa Maria voleva fare di tutto tranne lo scrittore. Sua mamma, per fagli leggere il primo libro (La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe), lo condannava a trenta minuti al giorno di lettura. Restava con lo sguardo fisso sulla pagina e calcolava il tempo medio per girarla guardando suo fratello. Lui sì che faceva sul serio, visto che una volta, in Galleria del Corso, avrà avuto sedici anni, lesse La Metamorfosi di Kafka camminando.

Per superare la prima crisi ansiosa generata da quella mostruosa impresa, decise di emularlo buttandosi su Moby Dick di Melville, solo che fingeva, guardava le figure e l’enorme megattera bianca, neanche a dirlo, lo mandava in panico. Per molti anni lesse solo fumetti. Soprattutto quelli che finivano con la k: Paperinik, Diabolik, Satanik e Cattivik. Al ginnasio, i classici, li leggeva solo sui bigini delle Edizioni Bignami. Ma un giorno il dispotico prof di lettere impose una tesina su Arthur Rimbaud e così giunse l’Illuminazione!

A sedici anni imparò finalmente a leggere davvero e la trovò un’attività scatenante e sconvolgente, quasi un ansiolitico, tanto che, ben presto, gli venne spontaneo cominciare a scrivere ad orecchio. Micro racconti subito dopo aver letto Gogol o Carver, instant noir subito dopo Poe, oltraggiosi versi liberi subito dopo Rimbaud o Verlaine. Poi telefonava agli amici e leggeva qualcosa di suo e qualcosa dei Grandi, solo che invertiva le firme e loro non se ne accorgevano.

Si divertiva un mondo.
Con un amico scrisse un romanzo i cui personaggi erano caricature dei compagni di classe e dei prof diventando subito popolare. Così l’ansia veniva a loro perché volevano sapere che figura ci facevano, come erano descritti, chi faceva cose con chi… alcuni si incazzavano di brutto, ma alla fine il “libro” (una dispensa fotocopiata, ripiegata e dotata di copertina timbrata con la scritta Vale almeno un birra!) andò a ruba lanciandolo nel mondo dell’editoria autoprodotta.

S’innamorò di un’artista patafisica e, insieme, cominciarono pubblicare, a getto continuo e con uno pseudonimo tribale, titoli alquanto demenziali: Fatti i libri tuoi! Il pianeta degli scrittori e delle scrittrici, La ballata dei libri inutili, Farsi un libro con gli scarti, La merda come arte l’arte come merda, Cucina virtuale demenziale, Mostriamo il mestruo...

La sua ansia lo portò sull’orlo del mitico DEOC (Disturbo Editoriale Ossessivo Compulsivo). Produceva libri con le cartoline, con la tappezzeria, con le lastre radiografiche, con i cartoni del supermercato (li trovate qui!). Arrivò anche ad utilizzare i biglietti del tram timbrati realizzando micro opuscoli che istigavano alla Rivoluzione Editoriale Tranviaria e che abbandonava sui sedili o legava agli appositi sostegni.

Il suo analista, allora, tentò di salvarlo prescrivendogli il classico diario terapeutico, ma lui lo trasformò in una raccolta di racconti demenziali sulla sua stessa ansia che intitolò Versetti ironici contro l’ansia. Il primo libro (edito da Incipit23 Edizioni) in cui finalmente esce allo scoperto con un allegro coming out di orgoglio ansioso. Lo trovate nelle più ansiose librerie d’Italia, ma anche su tutti gli store online.

clicca sulla copertina

21 Maggio 2022

DYLAN DOG ANTISPECISTA

Filed under: Antispecismo — Tag:, , , — Fabio Santa Maria @ 2:15 PM

Ad un certo punto m’imbatto casualmente in questo vecchio numero di Dylan Dog “(Numero 45 del febbraio 1995 dal titolo GOBLIN) e mi dico: quasi quasi mollo per un attimo il mio “Appartamento a Parigi” di Guillaime Musso e leggo un bel fumetto d’altri tempi. E devo dire che è stata un’ottima idea! Ben scritto e disegnato alla grande, con ambientazioni suggestive e una storia a dir poco avvincente. Sì, ricordavo la fama di questo indagatore dell’incubo, ma non avevo la più pallida idea di trovarmi di fronte ad affermazioni platealmente antivivisezionste, al limite dell’antispecismo.
All’inizio si pensa che l’assassino sia un goblin, una creatura mitologica, o un omuncolo creato in laboratorio da strani scienziati dell’università. Invece poi si tratta di una scimmietta fuggita da uno stabulario che si sta vendicando per gli orrori subiti dalla sua compagna. Dylan, litigando con il professore emerito, che poi farà una brutta fine, non si risparmia con uscite tipo: “E chi vi dice che gli umani valgano di più? Personalmente, Hornell, se avessi una malattia mortale e voi mi diceste che potrei salvarmi grazie a una squadra di macellai che fa a pezzi un cane… io rifiuterei! Ma sapete bene che non potreste dirmelo! Sapete bene che migliaia di animali, fin dall’inizio del secolo, sono stati massacrati per lo studio delle malattie incurabili… senza alcun risultato! E questo perché la struttura dell’organismo animale è diversissima da quella umana…”
E dopotutto è proprio un cane libero a salvargli la vita e Dylan, così, lo invita a salire in macchina, lo ospita a casa per rifocillarlo, ma poi, quando apre la porta e lui sceglie di tornarsene alla vita di strada, Dylan non fa una grinza, lo saluta come un vecchio amico e lo ringrazia.
E’ importante considerare che si tratta di un fumetto degli anni 90, di quando la parola antispecismo, in Italia, quasi quasi neppure esisteva!
Lettura di ottimo livello, in tutti i sensi! Cinque stelle con affetto vecchio Dylan!

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