Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici)

26 giugno 2022

IL BLUES DEL FALSO EDITORE ANSIOSO

Se c’è una cosa che non sopporto è presentare i miei libri.
Presentarli in modo canonico, parlandone in pubblico intendo, alzando la voce da tenore pur di far sapere al mondo che li ho scritti. Mi manca il fiato, mi viene l’ansia solo a pensarci. E poi se avevo la stoffa per esibirmi facevo il cantante, l’attore, al limite il politico.
E tu non presentarli!
Infatti per tanti anni ho pubblicato libri impresentabili. Fotocopiavamo, con la mia compagna, una micro tiratura per ogni testo, realizzavamo le copertine con i cartoni dei supermercati, stampavamo i titoli sui retro dei volantini colorati, per poi ritagliarli e incollarli. Oppure, se erano titoli di una parola o due, li scrivevamo direttamente con lo smalto per unghie o con i timbri.
Li tagliavamo in diversi formati e li cucivamo a mano questi manufatti, uno a uno.
Sì, lo so, non erano libri. E infatti li chiamavamo libelli, libroidi mutanti, scartafacci.
Costruimmo pure dei “libri” da taschino dotati di copertina ricavata da trancetti di cartoline illustrate. Utilizzammo di tutto, pure le vecchie radiografie. Per un testo surreale dal titolo “L’arte come merda la merda come arte” scegliemmo i cartoncini per raccogliere la cacca dei cani. Con una vecchia stampante ad aghi riuscii a scrivere su un rotolo di etichette dei pelati, ma anche sulla carta a doppio strato dei sacchetti del cemento. Riuscimmo ad usare un campionario di tappezzeria anni settanta per confezionare patenti per scrittori e scrittrici, patenti con lo spazio per la foto, da compilare anche con l’incipit del primo libro realizzato, patenti iene di provocazioni da sfoggiare al posto dei documenti veri.
Piacevano un sacco.
E noi ci divertivamo un mondo.
Tutto quello che raccoglievamo: dalle cartellette da ufficio ai scartati da un calzaturificio che utilizzammo per un libello sulle gioie dell’andare a piedi, dai pacchetti di fiammiferi (per la collana Al Fuoco!) ai tranci dei vecchi vinili, poteva essere trasformato in libro, pardon, libroide. Poteva, come minimo, diventare una copertina. Ne realizzammo diverse con i biglietti del tram di Milano, erano così micro e così pop che ci costrinsero a produrre un’intera collana: ATM (Atipici Testi Misti).
Con il nostro notevole assortimento di prodotti editoriali riciclati e riusati, diventammo falsi editori: ci infiltravamo all’interno di fiere e festival di provincia e diversi giornalisti, blogger e organizzatrici di mostre ed eventi ci scambiavano per editori veri, ci intervistavano, ci invitavano.
Sbarcavamo il lunario senza difficoltà.
Erano libelli drasticamente impresentabili, nel senso che non avrebbe avuto senso presentarli e raccontarli, facevi molto prima a consumarli sul momento, materiale effimero che si scioglieva come neve al sole. Ma nello stesso tempo belli da possedere, sfiziosi da collezionare, accattivanti da regalare. Una variante scintillante al concetto di libro, ma non un libro d’artista, piuttosto un libro troglodita. C’erano assaggi di saggi sulla sfiga che non esiste e sull’ozio estremo che induce a scrivere meno, molto meno, c’era un’istigazione realizzata con gli sconti dei supermercati intitolata I gruppi di non acquisto, c’era l’elogio delle delle briciole e pure l’anti arte femminista di Mostriamo il mestruo, macchiato con vero sangue mestruale.
Poi il terremoto.
Quasi un castigo divino.
Un terremoto vero che ci costrinse a cessare l’attività, ad abbandonare la nostra casa in pietra al limite del bosco, quella casa dove lavoravamo, dove avevamo accumulato tonnellate di scarti, ritagli, confezioni, cartine e copertine, quei boschi dove avevamo raccolto anche i nidi caduti dagli alberi per arricchire uno dei nostri best seller, un poetico libro in scatola che spuntava, appunto, dal nido.
Ci trasferimmo in Sicilia, terra meravigliosa, patria di illustri letterati e premi Nobel. Terra dove le case e la vita costano molto meno, terra di sole e mare. Terra, però, con pochissimi lettori, con poche librerie e quasi nessun festival dell’editoria.
In quel contesto, i nostri libri clandestini, fatti con gli scarti, auto costruiti, rilegati con cuciture estemporanee e piccole acrobazie sartoriali, dipinti, disegnati, macchiati, bruciacchiati, con inserti di carta fatta a mano, di collage, con tocchi di materiale di risulta, non trovavano terreno per fiorire.
Alla fine fummo costretti a scrivere libri veri per editori veri. Per sfinimento, per necessità.
Certo che li amo i libri, sono un lettore estremo, tanto che uno dei nostri primi libroidi mutanti s’intitola proprio così: I lettori estremi, E sfondavamo una porta aperta, visto che i nostri clienti erano, appunto, lettori estremi, scrittrici compulsive, grafiche, graffittari e pubblicitarie, gente con uno spiccato senso dell’umorismo editoriale.
Sì lo so, sono molto più nobili i libri veri, solo che ci avevo preso gusto con quei loro fratellini scapestrati, con quelle loro sorelline perdigiorno, vere streghette disertore, insubordinate, irriducibili e, soprattutto, impresentabili.

28 Maggio 2022

L’ORECCHIA SULLA PAGINA

Ho sentito di lettori che, oltre ad incriminare volentieri gli autori delle orecchie, andavano orgogliosi di aprire il tomo senza allargarlo più di tanto in modo da mantenere quella parvenza di nuovo, quella freschezza di stampa, quell’illibata purezza da libro appena colto in libreria o, ancor meglio, appena uscito di tipografia.
Gente che il libro è mio e guai a chi me lo tocca, gente che i libri non li presta più, per nessun motivo al mondo, perché quella volta non glielo restituirono e lui volò libero di mano in mano, senza mai più fare ritorno sulla teca polverosa dove l’avevan confinato.

Ho sentito di lettori che, sul treno, di fronte all’autore di un’orecchia, provavano malessere e preferivano cambiar di posto. E quasi, in tutto il vagone, si poteva percepire quel loro afflato di disprezzo, quel loro sentirsi superiori, nobili di rango e di cuore di fronte alla brutalità del mondo che torturava la bellezza e la poesia, che non poteva capirla e non sapeva parteciparvi, perché faceva l’orecchia al libro.

E li osservavo spesso questi lettori.
Passò un periodo in cui ne venni quasi contagiato. Mi attraeva fatalmente quel loro altezzoso amore, quella loro delicatezza altolocata, quel loro atteggiarsi a poeti del libro, gli unici che potevan percepirne l’energia sottile.

Perché anch’io amavo i libri. Tutti i libri. Davvero, per il solo fatto che fossero libri mi tiravano come calamite. Solo che l’infatuazione per i lettori che facevano la guerra all’orecchia sulla pagina durò poco. Durò finché non mi chiesi seriamente che cosa fosse un libro. Arrivai alla conclusione che l’oggetto sul quale si facevano o non si facevano le orecchie, era solo una manifestazione del libro, di quel determinato libro che viveva in migliaia di altri luoghi: librerie, case, biblioteche, zaini, borse, scrivanie, centri commerciali, lavanderie a gettone, barbieri, sale d’aspetto.

Amare “1984” di Orwell, allora, non significava rispettare l’integrità di quella determinata copia finita accidentalmente nelle mie mani, di quell’edizione particolare che mi avevano regalato e che conservavo da anni. Limitarsi a questo amore, a questo rispetto, sarebbe stato come confondere il dito che indica la luna con la luna stessa.
Amare “1984” di Orwell, allora, doveva esser cosa assai più elaborata. Occorreva far vivere quel mondo – perché ogni libro è un mondo – il più possibile, farlo risuonare in quella dimensione che ci ostiniamo a chiamare realtà nei modi più diversi.

Occorreva aprirlo milioni di volte, farlo girare, prestarlo, regalarlo, comprarlo, leggerlo ad alta e bassa voce, velocemente saltando anche qualche riga per la fretta di arrivare fino in fondo, oppure con la massima lentezza respirando con calma ad ogni virgola. Occorreva lasciargli addosso i segni del passaggio dei lettori, che per un libro sono i segni del tempo, i segni della vita che si vive, le prove che non si è stati sempre chiusi in un cassetto, o schiacciati in libreria. Perché la vita, i segni, li lascia addosso a tutti, e la bellezza, quella vera, la puoi leggere proprio scorrendo questi segni che raccontano come te la sei giocata.
E allora compresi che anche le orecchie, anche loro entravano nella magnifica danza del libro. Perché un libro rispettato in quella vecchia maniera compunta sarebbe stato, inevitabilmente, un libro poco usato, poco vissuto, poco letto, sempre più lontano dalla nostra dimensione.

Quando m’imbattevo in un libro usato, allora, raddrizzavo qualche orecchia, sfilavo qualche vecchio biglietto, gustavo noterelle a matita, sopportavo dediche melense, e mi sorbivo pure file tremolanti di sottolineature senza batter ciglio.
Avevo tra le mani un volume che aveva viaggiato, ed era meraviglioso immaginare come quella storia, quel mondo che conteneva fosse stato condiviso da tante persone. Avevo un libro carico di emozioni, un oggetto con un’anima e con un cuore che sentivo palpitare,

Tratto da “Sempre e solo libri usati” di Troglodita Tribe autoproduzione realizzata manualmente con scarti cartacei

26 Maggio 2022

STORIA D’AMORE D’ANSIA E DI GIOCOLERIA

Filed under: ansia, editoria creativa casalinga, libri ansia, Scrivere — Tag:, , , — Fabio Santa Maria @ 11:00 am

La giocoleria è l’arte di lanciare uno o più oggetti e riprenderli al volo, ma è anche un’attività che può aiutare ad espandere la mente e a placare l’ansia.
La mente di un giocoliere, infatti, entra in sintonia con il movimento armonico degli oggetti che lancia e, in un certo senso, diviene quel movimento evadendo dalle dinamiche stressanti. Si tratta di un gioco affascinate, quasi ipnotico, legato soprattutto al prendere al volo e al lasciare andare.
L’ansia, soprattutto l’ansia anticipatoria, è quella curiosa propensione a preoccuparsi prima, ad anticipare quello che di nefasto potrebbe accadere, proprio ciò che succede nella giocoleria: devi anticipare, prevedere la traiettoria dell’oggetto che sta per cadere, per poi posizionare la mano e riuscire a prenderlo al volo. Quindi, in modo piuttosto disinvolto e un po’ provocatorio, si potrebbe quasi affermare che giocoleria e ansia abbiano le stesse basi, anche se la prima ha il potere di placare la seconda.
In realtà, lanciando e prendendo al volo le palline, si riesce a sperimentare una dimensione simile a quella della meditazione, con la differenza che la giocoleria è molto più divertente, dinamica e alla portata di tutti.
Ora provo a dimostrare queste singolari affermazioni raccontando un episodio della mia vita di ansioso in cui, grazie ad entrambe, ansia e giocoleria, riuscii a fare colpo e a compiere un gesto a dir poco eccezionale.

Ero in birreria con la ragazza che sarebbe poi diventata la mia compagna di una vita. Ci eravamo conosciuti da poco ed ero innamoratissimo. Sedevamo abbastanza vicini a un tavolino appartato. Lei beveva un calice di prosecco e io una birra piccola. Stava parlando ed ero talmente incantato dal suono della sua voce che, quasi, mi perdevo il senso delle parole. Ad un certo punto, però, noto che il suo calice è troppo vicino al bordo. Mi pare brutto spostarlo di mia iniziativa e neppure voglio interromperla sul più bello. Eppure me lo sento che è destinato a cadere, che è lì lì, che basta un piccolo movimento del gomito e finirà in mille pezzi. Mi prende una strana ansia: lo sposto o non lo sposto? La avverto o non la avverto? La interrompo o non la interrompo? E’ un dubbio disturbante che rovina l’atmosfera, che distrae, che crea disagio. E proprio mentre non so che fare, visualizzo il bicchiere che cade anche se non è ancora caduto. In altre parole il bicchiere cade davvero, ma io me ne accorgo con almeno un secondo di anticipo rispetto alla realtà. In questo modo ho il tempo di allungare la mano e prenderlo al volo poco prima che tocchi terra. Sì! Lo prendo proprio al volo lasciando cadere giusto qualche goccia di prosecco sul pavimento e lo rimetto al suo posto con un sorriso. La mia ragazza mi guarda con gli occhi spalancati chiedendomi come sia possibile, come ci sia riuscito. Da un tavolo vicino altri avventori hanno assistito alla scena e uno mi applaude, un altro dice qualcosa tipo: “che riflessi straordinari!” e applaude anche lui. Nel giro di qualche secondo scroscia un applauso generale, tutto per me!
In realtà non fu solo merito dell’ansia anticipatoria, ma anche del fatto che in quei giorni mi stavo esercitando con la giocoleria. Ero abituato a prendere le cose al volo, ad anticipare la loro traiettoria…

Questa storia è tratta dal mio articolo “Ansia e giocoleria” da poco pubblicato su Psicolab, qui si può leggere la versione integrale

Qui invece il link alla pagina di “Versetti ironici contro l’ansia” Incipit23 Edizioni
Raccontini fulminanti, comici, demenziali, surreali, divertenti… contro l’ansia! Disponibile anche su tutti gli store online!

27 marzo 2022

Un santino canino

Filed under: Autoproduzioni, cani liberi, editoria creativa casalinga — Tag:, , — Fabio Santa Maria @ 3:49 PM

Spulciando tra le mie vecchie e preziose carte relative alla mail art e alle produzioni artistiche, ecco che spunta questo psichedelico San Rabbioso cane Astioso, un santino da collezione dell’artista Emanuela Biancuzzi. Notare il guinzaglio tirato con le zampe fino a soffocare il fottuto e malvagio umano.
In realtà il santino era parte di un mazzo ben pasciuto di 36 santini artistici realizzati in tiratura limitata (250 pezzi) dalla AAA Edizioni di Vittore Baroni, noto mailartista. Il progetto era parte di una Grande Nazione chiamata FUN (Fantastic United Nations) che venne fondata dallo stesso Baroni e da Piermario Ciani.

Molti anni addietro, durante un magico e storico festival di editoria indipendente e performance artistiche (Creativa, Rignano sull’Arno 2000 – 2010), ebbi il piacere di conoscere Vittore Baroni che, fermandosi al mio banchetto di eco-editoria, constatò sorpreso la presenza di un “Mazzetto di Santini fuori dal coro” che avevo autoprodotto con la mia compagna utilizzando il nostro nome di battaglia: Troglodita Tribe. Il baratto tra i due pacchetti di santini fu quindi inevitabile!

Nella foto sotto si può notare Santa Vegananda, uno dei dieci santini fuori dal coro prodotti da Troglodita Tribe e disegnati da Federico Zenoni che, con la sua Casa Editrice Libera e Senza Impegni era, insieme a noi, tra le fondatrici dell’Interstellare dell’Editoria Creativa e Casalinga.

18 gennaio 2019

ABITARE CENTO CASE… il libello creativo

Filed under: editoria creativa casalinga, leggere — Tag:, — Fabio Santa Maria @ 3:26 PM

davAbitare Cento Case non è un’eterna vacanza, ma un altro modo di viaggiare, un altro modo di stare con gli animali, un altro modo di lavorare, un altro modo di concepire l’essere attivi nelle diverse tematiche ecologiche e sociali che incontriamo spostandoci di casa in casa.

Abitiamo le case degli altri e ce ne prendiamo cura quando gli altri non ci sono. Stiamo con gli animali che restano, con le piante che le adornano, con gli orti che le arricchiscono, con le infinite diverse armonie ed atmosfere che ogni casa svela ed emana.

Abitare Cento Case è un esperimento nomade, un work in progress, uno scambio con reciproci ed emozionanti vantaggi, uno dei tanti possibili piani di fuga dalla società dello spettacolo.

Ecco finalmente il libello delle utopiche e concrete istruzioni del perfetto centocasista, il libello delle emozioni di questo progetto in movimento, il libello che ne illustra le flessibili regole del gioco, che ne racconta le fasi salienti attraverso esperienze vissute.

Ottanta pagine di eco-editoria in formato A5 piegato, cucite a mano e illustrate in giallo durante le tappe di Abitare Cento Case, un vero libello gioiello creAttivamente autoprodotto viaggiando.

Per averlo a soli 10 euro (spese postali incluse) basta farci un fischio su troglotribe@libero.it

13 agosto 2018

GRAZIE AGLI IRRIVERENTI

Filed under: comunicare, Creatività, editoria creativa casalinga — Tag:, , — Fabio Santa Maria @ 4:02 PM

pipì.jpgGrazie agli irriverenti, grazie alle battute, grazie alle vignette.
Grazie alle caricature, grazie alle pagine, ai blog, ai profili di satira che spuntano un po’ ovunque spargendo parapiglia nelle certezze di chi odia.
Grazie a quest’orda di parole e pensieri vivacemente non allineati che ancora danno ossigeno nel bel mezzo della melma che sommerge.
Grazie a chi si espone, a chi ironizza, a chi soffia divertito sul castello traballante di questo cambiamento che non cambia niente, ma distrugge tutto desertificando le speranze.
Grazie, perché senza di voi, resterebbe solo l’odio e quel triste nichilismo di chi risponde odiando ancor di più.
Grazie, perché mostrate quanto è nuda la becera ignoranza di chi pensa solo al suo orticello, di chi sputa sulla storia, sulle lotte, sui diritti civili, sulla libera circolazione, sulle differenze.
Grazie, perché sottolineate tutti i giorni il misero pressapochismo di chi ha barattato cervello e cuore in cambio di promesse.
Grazie, perché ci dite tutti i giorni che il popolo non è massa-mediatica venduta un tot al chilo, ma anche cervelli in fuga dai meschini e villani dittatori che millantano.
Grazie, perché la vostra resistenza ci contagia l’esitenza.

10 agosto 2018

LA RESISTENZA ATTRAVERSO LA PRODUZIONE DI CONTENUTO

Filed under: editoria creativa casalinga, migranti, Scrivere — Tag:, — Fabio Santa Maria @ 8:55 am

head-1965678_1920Il dilagare della deriva razzista che ci sta investendo in questi mesi libera una marea di frasi, post, spot, tweet estremamente tossici che prima restavano confinati nel non detto, in quella zona d’ombra dove solo i più estremi riuscivano ad avventurarsi senza vergogna.
Qualcuno dice che, almeno, oggi sappiamo con chi abbiamo a che fare. Bastano poche righe e certi toni per capire al volo. Oppure, altri, sostengono che si tratta di una sorta di nevrosi collettiva, di una febbre esistenziale. Meglio che scoppi dicono. Solo così, l’organismo, riuscirà ad attivare gli anticorpi, solo così c’è concreta speranza di guarigione.
Eppure, nel frattempo, il morbo dilaga producendo materiale tossico che contagia, creando una nebulosa mediatica sempre più difficile da respirare. Il rischio è quello della morte del paziente.
Ogni individuo ha la sua sensibilità. C’è chi può sopportare i danni per lunghi periodi senza subirne gli effetti, ma a lungo andare, chi è ancora vivo, sente l’ indispensabile necessità di elaborare strategie di resistenza.
Una di queste è certamente qualle della continua produzione di contenuto che, in qualunque modo, possa diluire l’odio, l’ignoranza, la grettezza, la stupida superficialità, che, in qualunque modo, possa identificarli, smascherarli rivelando che la vita è ancora viva nelle tante menti che ancora non hanno abdicato agli effetti della malattia.
In fondo, la continua produzione di contenuto, anche il più semplice, anche limitato ad un outing antirazzista, anche raccontato con i modi e i mezzi più ingenui (come dimenticare la vecchina che si espone con un cartello in favore dei migranti?), può sortire effetti imprevedibili, può infiltrarsi clamorosamente in mezzo allo srotolarsi bieco dell’odio.
Perché in fondo il loro re è sempre stato nudo, e i suoi adepti, se è possibile, ancora di più.

7 giugno 2018

Manifesto d’amore e d’anarchia

dav

Che c’azzecca l’amore con l’anarchia, l’arte con gli astronauti autonomi, la patafisica con i raduni arcobaleno dei vecchi hippy, la meditazione della risata con il movimento degli uomini casalinghi?
Uno scrittore disoccupato milanese con sfratto in corso cerca la visione per uscire dalla realtà ordinaria e scrivere una storia che rotoli radiosa e vivace tra espolsivi spunti di spiritualità spiritose. E’ stato misteriosamente contattato da una strega dei boschi, un’incantevole vera strega che gli chiede questa fantasmagoria letteraria: delle pagine che abbiano il potere di fermare l’incedere dei suoi anni. Solo così, infatti, riuscirà ad evitare di perdere i poteri, solo così la dimensione degli esseri spiritual spiritosi potrà unirsi a quella più ordinaria dello scrittore. E allora scoppierà la rivoluzione, l’unione di due universi, la svolta telepatica simpatica, l’utopia che balla senza tempo in attesa della liberazione.
Riuscirà la letteratura a sconvolgere l’ordinaria realtà che ci lega alla materia? Riuscirà l’amore ad incontrare l’anarchia?

Per saperlo non vi resta che richiederci il libro “MANIFESTO D’AMORE E D’ANARCHIA” 100 pagine in carta riciclata autoprodotto da Troglodita Tribe ai tempi della prima casa troglodita a 5 euro più 1,46 di spese postali.troglotribe@libero.it

22 Maggio 2018

UN PEZZO DI PANE

cane musoEra un bel pezzo di pane neanche tanto sporco. Probabile che qualcuno lo avesse comprato per farci un panino o per mangiarlo al volo seduto sulla panchina insieme a un etto di qualcosa. Magari un turista oppure un impiegato attratto dalla giornata soleggiata che era un peccato rinchiudersi nel solito baretto che serviva piatti caldi. Ma si sa, il pane è sempre troppo, il pane morso, poi, come fai a conservarlo? Ne aveva consumato neanche la metà e il resto l’aveva lasciato sulla panchina perché non gli andava di buttarlo nel cestino ricolmo d’immondizia. Poi magari era caduto a terra spinto da qualcuno che voleva sedersi, poi qualcun altro, magari senza volerlo, gli aveva dato un calcio e così il pane si era allontanato dalla panchina, era finito in mezzo al marciapiede. Ma non era lì da giorni e l’uomo e il cane lo avevano subito notato.

Quando sei sulla strada certe cose ti attirano come calamite. Tu non lo dai a vedere, fingi noncuranza, ma ti ci avvicini irresistibilmente. Lo sai che devi andarci piano, che sulla strada è importante passare inosservati, prendere rapidamente senza farsi notare. Sulla strada non puoi muoverti spontaneamente, tranquillamente. Sulla strada c’è sempre qualcuno che ti guarda. La strada è libertà, ma quando ci vivi a lungo scopri che è piena di trappole.

L’uomo aveva calcolato di camminare tranquillamente fino al pane per poi chinarsi e infilarselo nel tascone dell’impermeabile con un gesto semplice e veloce, ma poi aveva visto il cane, aveva capito che il cane poteva essere un problema.

Il cane si era fermato. In realtà aveva visto il pane prima dell’uomo, ne aveva percepito l’odore decine di metri prima, se n’era inebriato e già se lo sentiva in bocca, ma si era fermato. Era sulla strada da alcuni anni e conosceva bene la regola numero uno, era per quello che era sempre riuscito a cavarsela, a sopravvivere. L’umano aveva sempre ragione: se lo infastidivi, se gli ringhiavi ti avrebbero preso e rinchiuso per sempre.
Aveva visto l’uomo che puntava il pane e si era fermato. Se avesse voluto ci sarebbe arrivato in quattro salti, ma c’era quell’uomo, c’era la regola numero uno.
L’uomo stava pensando di lasciar perdere. Si vedeva bene che il cane era affamato e che avrebbe potuto morderlo. Un morso sarebbe stato un vero disastro perché sulla strada anche una piccola influenza è un lusso che non puoi permetterti, figurarsi un braccio o una gamba inutilizzabili per giorni. Eppure continuava a guardare il cane, non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, sentiva una strana e amichevole confidenza che lo rilassava, che mitigava la paura, che allontanava il senso di pericolo.

Quasi senza accorgersene, senza calcoli, l’uomo e il cane si avvicinavano al pane, ma lo facevano molto lentamente, passo dopo passo, zampa dopo zampa. Pareva che tutto il resto del mondo, tutte le automobili, tutti i passanti che camminavano veloci, tutti i turisti e tutti gli impiegati, tutto il frastuono del mondo che produce, che consuma, che vende e che compra fossero scomparsi. Pareva che ci fossero solo un uomo e un cane che si avvicinavano lentamente ad un pezzo di pane sul marciapiede.
Fu l’uomo a chinarsi e a raccoglierlo. Il cane non lo avrebbe mai fatto per via della regola numero uno. Fu l’uomo a spezzarlo in due e a porger la sua parte al cane.

 tratto da “BESTIE FUORI POSTO” libello autoprodotto di Troglodita Tribe

BESTIE FUORI POSTO rientra in un progetto più ampio: una serie di pubblicazioni autoprodotte che cercano di scardinare l’immaginario specista. Per il momento, oltre a questo, abbiamo realizzato
MUSI DI PIETRA (il posto degli animali nei monumenti)
GRAFFI(TI) CREATIVI (gli animali e la street art)
CARI CANI DI SICILIA (la nostra esperienza diretta con cani liberi in Sicilia).


PER RICHIESTE POTETE CONTATTARCI SU TROGLOTRIBE@LIBERO.IT

 

9 Maggio 2018

COME (NON) PROMUOVERE IL PROPRIO LIBRO IN RETE

DSC01500I tutorial sostengono all’unanimità che, per promuovere un libro in rete, in ogni modo, sempre e comunque, occora scrivere contenuti altri cercando di attirare l’attenzione, cercando di interessare e sedurre, cercando di raccontare storie fino a creare una sorta di comunità di persone che ti seguono, che si interessano a ciò che scrivi. Solo dopo, ogni tanto e casualmente, si dovrà far notare che questo benedetto libro lo abbiamo pubblicato e che vorremmo anche venderlo. Ma bisogna insistere a scrivere così, in modo traslato, quasi casuale, quasi che t’importasse poco, quasi che il motivo di tutto questo scrivere non avesse nulla a che vedere con l’imperativo della vendita.

I tutorial, inoltre, sostengono che questo lavoro debba iniziare molto prima della conclusione del libro, perché si tratta di un lavoro duro e lungo sul quale non si può improvvisare e pretendere risultati nel breve periodo.

I tutorial, in pratica, sostengono che per vendere il tuo libro occorra scriverne un altro, molti altri, da spezzettare sotto forma di post, tweet, articoli che, subdolamente, girino intorno al primo senza farsi riconoscere. Un secondo (terzo, quarto…) libro ben mimetizzato dal quale escano, all’improvviso e studiati, dei richiami all’acquisto del primo libro. Una sorta di interminabile spot pubblcitario, di cantilenante e scampanante e sbandierante chiacchiericcio produttivo che deve essere simpatico, che deve saper intrattenere, che deve illudere di poter risolvere problemi. Ma, tutto sommato, un modo come un altro per mettersi in mostra e, una volta raggiunta la fosforescenza, contare sul fatto che i lettori, irresistibilmente attratti dall’esca, finiranno per comprare.

E d’altronde per quale strano motivo dovremmo scrivere questo articolo virtuale se non per aumentare la nostra popolarità e sperare che, come ovvia conseguenza, sempre più persone s’interessino al nostro modo di scrivere e si decidano finalmente ad acquistare un nostro libro cartaceo?

Sarà che questo marketing esponenziale e diffuso con noi non ha mai funzionato e riusciamo a piazzare i nostri libelli quasi esclusivamente quando vengono toccati (indipendentemente da quanto e cosa scriviamo in rete), sarà che siamo troppo proiettati sul cartaceo per riuscire a rendere sul virtuale ciò che davvero tentiamo di mettere su quella carta recuperata che fa da supporto ai nostri testi, sarà che quando il libello si fa creativo tutte le regole del marketing editoriale esplodono in un felice caos colorato, sarà tutto quello che vi pare, ma scrivere e mettere in rete questo famoso libro, questi famosi libri spezzettati in post, tweet e articoli con il solo scopo di venderne un altro è un sistema che, francamente, non ci torna. E non è soltanto perché ci fa venire in mente la triste pratica del lavorare gratis non più per un ideale, ma finalizzato alla speranza di essere sfruttati con un altro lavoro dotato di stipendio.

Il punto, invece, è soprattutto quel subdolo girare intorno, quel mellifluo sorridere educato e allineato, quel bon ton da rete che impone la disponibilità totale e suona esattamente come il vecchio bastardo comandamento del cliente che ha sempre ragione, e ancor prima che sia un cliente per di più! Perché qui ovviamente non si parla di chi pubblica da anni il proprio blog per comunicare, per informare, per raccontare, per fare politica, per fare cultura o per il piacere di farlo e poi, già che c’è, scrive anche del libro che ha appena pubblicato. Qui si ribalta tutto e, come in un qualunque stato azienda che si rispetti, la tua vera essenza, quello scrivere che era la tua vita, assume il tipico format da spot pubblicitario.

Siamo gente cresciuta nella convinzione che chi scrive debba viaggiare con mezzi di fortuna per andare esattamente dove gli pare, perché è questo scrivere. Proprio quella libertà totale che consente di impazzire sperimentando nuove strade e consente di gridarlo forte fino a farsi sentire con parole che escono dalle righe deragliando e disertando; e consente a chi ti legge di trovare ogni volta nuove ed inedite visioni. Scrivere è creazione, è un atto ribelle che ribolle fino a generare una spuma fantasmagorica che sballa al solo odorarla. E anche quando c’è quel gusto grezzo, disinvolto, improvvisato, autodidatta, autoprodotto, stampato in proprio, al leggerti, si sente che dall’altra parte qualcuno si sta facendo le ossa scrivendo senza sosta fino a sanguinare. Perché se davvero vuoi entare nel tuo stesso scrivere fino a scivolarci dentro, fino a scomparirci dentro, fino a starci dentro così bene da non uscirne più, sarai sempre dall’altra parte del mondo rispetto a quella famosa fosforescenza da marketing esponenziale, rispetto a quel furbetto mascherare educato e per bene il proprio spregiudicato spam a caccia di fama.

E poi ancora. Ma siamo davvero certi che seguendo diligenti le regole proposte (e indubbiamente centrate rispetto agli algoritmi che guidano i processi mentali degli utenti) riusciremo a vendere la tiratura del nostro libro? Basterebbe raffigurarsi il pullulante esercito di quelli che ci provano, di quelli che, diligenti, ci si mettono d’impegno, di quelli che postano quotidiani archittendo strategie che rimandano alla promozione di un libro che ancora devono cominciare a scrivere, di quelli che si costruiscono, giorno dopo giorno, il loro personale e affezionato pubblico. Pubblico, a sua volta e inevitabilmente, composto da persone che rispondono a quei post, a quei tweet, a quegli articoli con lo scopo di accappararsi il proprio di pubblico. Basterebbe raffigurarsi questo caleidoscopio pubblicitario di pubblici da pubblicazione per una radicale e sgommante inversione a u, per una diserzione di massa di quelle che fanno la storia della liberazione letteraria.

E allora? Dirà qualcuno… Che cosa resta? Che cosa dovrebbe fare un* scrivente di belle speranze che vive in quest’infosfera mediatica fondata inesorabilmente sul marketing? Mollare tutto forse?

Se davvero dovessimo rispondere a questa domanda non potremmo fare a meno di istigare all’autoproduzione radicale: quella con le copertine di cartone dei supermercati e i titoli scritti a mano con lo smalto per unghie scaduto, quella del testo fotocopiato e arricchito da timbri, strappi e spirali, quella con le tirature minime cucite a mano, quella che scommette sull’unicità e l’effetto travolgente del cartaceo non seriale, quella che quando la vedi è un tale pugno mediatico nell’occhio stanco e addomesticato dal virtuale che esplode e brilla di luce propria.

Ma fortunatamente, non avendo le carte in regola per rispondere visto che usiamo solo carta recuperata e riusata e regalata, ci possiamo limitare ad abbandonare il campo intonando il vecchio motto che anima da tempo le nostre produzioni: FATTI I LIBRI TUOI!

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