Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici)

21 Maggio 2022

DYLAN DOG ANTISPECISTA

Filed under: Antispecismo — Tag:, , , — Fabio Santa Maria @ 2:15 PM

Ad un certo punto m’imbatto casualmente in questo vecchio numero di Dylan Dog “(Numero 45 del febbraio 1995 dal titolo GOBLIN) e mi dico: quasi quasi mollo per un attimo il mio “Appartamento a Parigi” di Guillaime Musso e leggo un bel fumetto d’altri tempi. E devo dire che è stata un’ottima idea! Ben scritto e disegnato alla grande, con ambientazioni suggestive e una storia a dir poco avvincente. Sì, ricordavo la fama di questo indagatore dell’incubo, ma non avevo la più pallida idea di trovarmi di fronte ad affermazioni platealmente antivivisezionste, al limite dell’antispecismo.
All’inizio si pensa che l’assassino sia un goblin, una creatura mitologica, o un omuncolo creato in laboratorio da strani scienziati dell’università. Invece poi si tratta di una scimmietta fuggita da uno stabulario che si sta vendicando per gli orrori subiti dalla sua compagna. Dylan, litigando con il professore emerito, che poi farà una brutta fine, non si risparmia con uscite tipo: “E chi vi dice che gli umani valgano di più? Personalmente, Hornell, se avessi una malattia mortale e voi mi diceste che potrei salvarmi grazie a una squadra di macellai che fa a pezzi un cane… io rifiuterei! Ma sapete bene che non potreste dirmelo! Sapete bene che migliaia di animali, fin dall’inizio del secolo, sono stati massacrati per lo studio delle malattie incurabili… senza alcun risultato! E questo perché la struttura dell’organismo animale è diversissima da quella umana…”
E dopotutto è proprio un cane libero a salvargli la vita e Dylan, così, lo invita a salire in macchina, lo ospita a casa per rifocillarlo, ma poi, quando apre la porta e lui sceglie di tornarsene alla vita di strada, Dylan non fa una grinza, lo saluta come un vecchio amico e lo ringrazia.
E’ importante considerare che si tratta di un fumetto degli anni 90, di quando la parola antispecismo, in Italia, quasi quasi neppure esisteva!
Lettura di ottimo livello, in tutti i sensi! Cinque stelle con affetto vecchio Dylan!

27 marzo 2022

Un santino canino

Filed under: Autoproduzioni, cani liberi, editoria creativa casalinga — Tag:, , — Fabio Santa Maria @ 3:49 PM

Spulciando tra le mie vecchie e preziose carte relative alla mail art e alle produzioni artistiche, ecco che spunta questo psichedelico San Rabbioso cane Astioso, un santino da collezione dell’artista Emanuela Biancuzzi. Notare il guinzaglio tirato con le zampe fino a soffocare il fottuto e malvagio umano.
In realtà il santino era parte di un mazzo ben pasciuto di 36 santini artistici realizzati in tiratura limitata (250 pezzi) dalla AAA Edizioni di Vittore Baroni, noto mailartista. Il progetto era parte di una Grande Nazione chiamata FUN (Fantastic United Nations) che venne fondata dallo stesso Baroni e da Piermario Ciani.

Molti anni addietro, durante un magico e storico festival di editoria indipendente e performance artistiche (Creativa, Rignano sull’Arno 2000 – 2010), ebbi il piacere di conoscere Vittore Baroni che, fermandosi al mio banchetto di eco-editoria, constatò sorpreso la presenza di un “Mazzetto di Santini fuori dal coro” che avevo autoprodotto con la mia compagna utilizzando il nostro nome di battaglia: Troglodita Tribe. Il baratto tra i due pacchetti di santini fu quindi inevitabile!

Nella foto sotto si può notare Santa Vegananda, uno dei dieci santini fuori dal coro prodotti da Troglodita Tribe e disegnati da Federico Zenoni che, con la sua Casa Editrice Libera e Senza Impegni era, insieme a noi, tra le fondatrici dell’Interstellare dell’Editoria Creativa e Casalinga.

26 marzo 2022

CHIUDIAMO I CANILI!

Filed under: Antispecismo, cani liberi — Tag:, , — Fabio Santa Maria @ 6:40 PM

Chiudiamo i canili è un piccolo libro che nasce, sin dal titolo, come una forte provocazione.

L’idea è quella di pungolare e stimolare riflessioni sul concetto stesso di canile, sulla sua architettura, sulla sua filosofia, soprattutto sul fatto che lo diamo per scontato come unica possibile soluzione oramai da troppo tempo.

Dopo anni di volontariato nei canili abbiamo potuto respirare in prima persona il suo essere una vera e propria struttura concentrazionaria, una galera a tutti gli effetti insomma, un luogo dove vengono detenuti i cani che hanno la sola colpa di essersi persi, d’esser stati abbandonati, di essere scappati o di essere nati liberi.

La nostra riflessione, allora, è cominciata proprio da qui, dal chiederci il perché, dal chiederci come fosse mai possibile che un’ingiustizia così plateale passasse inosservata fino al punto di essere data per ovvia e, soprattutto, di essere considerata un male necessario.

Il libro è quindi suddiviso essenzialmente in quattro parti che s’intitolano

Il passato

Il presente

Il futuro verso l’utopia

Il futuro verso la distopia.

Il passato è una breve storia disinvolta dei canili dove si racconta quando e perché nascono, come vengono organizzati e che cosa determinano nel nostro immaginario. In altre parole come riescono a cambiare il nostro modo di percepire i cani che, proprio grazie alle esigenze sanitarie a cui si risponderà drasticamente con le catture e gli abbattimenti generalizzati, diventeranno, se trovati liberi sul territorio, dei pericolosi latitanti da catturare e giustiziare al più presto.

La storia dei canili ci fornisce la chiave per comprendere meglio il nostro odierno rapporto con i cani, il nostro averli trasformati in pet, cani-merce, cani-robot che, se non rispondono a determinati requisiti standardizzati, devono essere catturati e rinchiusi.

Tutto questo è perfettamente in linea con le strategie speciste fondate sul dominio che prevedono la reclusione di tutti quegli individui che non si adeguano o che, per i motivi più disparati, vengono considerati fuori norma, diversi.

Non a caso, le stesse obiezioni che oggi piovono su chi propone l’abolizione dei canili, venivano esternate, prima del 1978, a chi proponeva di chiudere i manicomi.

Dove li metteremo, poi, tutti i matti?

Quando però, grazie agli studi, alle testimonianze, alla controinfomazione, si comprese che la soluzione era di gran lunga peggiore del problema, si dovette accettare che una plateale ingiustizia non può essere sostituita, ma solo abolita perché soltanto sulle sue ceneri sarà possibile ricostruire una convivenza più serena con chi è stato rinchiuso, umiliato, perseguitato.

La seconda parte del libro, quella relativa al presente, descrive le caratteristiche essenziali dei canili, le sensazioni che si provano entrando e partecipando alla vita quotidiana degli internati. A tutt’oggi, nonostante le diverse riforme e le tante battaglie, i canili restano veri e propri luoghi di detenzione, campi di concentramento dove i cani vengono ammassati e isolati dalla comunità. Li troviamo spesso, infatti, nei pressi delle discariche o in luoghi marginali. La loro struttura è studiata per facilitare il lavoro degli addetti, i box sono uguali e allineati, tutti con la stessa metratura, tutti con il pavimento in cemento. I cani internati soffrono spesso di depressione, stress e molte altre problematiche.

Un cane, come è noto, è un animale sociale e isolarlo dal mondo è indubbiamente una vera e propria tortura che peggiora il carattere abbassando, con il passare del tempo, le sue possibilità di essere adottato ed inserito nelle nostre comunità.

I canili, oggi, in un perverso disegno consumista che riduce il cane a merce, sono strettamente connessi agli allevamenti che sfornano di continuo nuovi nati per immetterli sul mercato. Notoriamente, quando una merce stanca o non soddisfa pienamente deve essere rottamata. E qui entrano in gioco i canili che, nonostante la buona volontà, l’impegno, l’attenzione nei preaffidi e il costante volontariato, sono costretti a raccogliere tutti i cani rifiutati.

Si attua così un circolo vizioso senza fine: da una parte si immettono cani senza alcun criterio, dall’altra si raccolgono gli scarti di produzione.

A questo punto il nostro rapporto con i cani si trova ad un bivio e sta a noi scegliere se muoverci verso l’utopia o verso la distopia.

Dovremmo cominciare, con la massima urgenza, a destrutturare un immaginario fortemente legato al cane merce, dovremmo riuscire a superare il concetto di padrone, dovremmo smetterla di considerare i cani come se fossero i nostri figli lasciando loro maggiori spazi di autonomia e di scelta. Dovremmo riuscire a stringere legami e, nello stesso tempo, ad allentare i guinzagli. Certo che è difficile, certo che l’ambiente spesso sembra non consentirlo, ma dobbiamo partire dal presupposto che l’ottanta per cento dei cani del mondo, ancora oggi, vivono in libertà o sono solo parzialmente controllati da noi umani. Invece di pensare a strutture di contenzione e carcerazione, allora, dovremmo riflettere sul fatto che la svolta che abbiamo dato al nostro rapporto con i cani è radicalmente sbagliata, letteralmente devastante. Ci vuole quindi un decisivo passo indietro per riuscire recuperare questo magnifico e millenario rapporto che stiamo perdendo inesorabilmente.

L’alternativa è la distopia di una vita senza cani. Quella dove li avremo definitivamente trasformati in cane-merce, solo un lontano ricordo di quella complicità, di quella scelta reciproca, di quell’incontro con i cani che ha avuto un profondo significato nella nostra evoluzione.

Nel libro, questa distopia, la descriviamo attraverso un racconto apocalittico in cui gli e-doggy della Kanis International, sofisticati automi che si possono aggiornare e cambiare in relazione alle esigenze personali, sostituiscono, giorno dopo giorno, i cani veri.

Chiudiamo i canili, ha un taglio radicale.

Non è un saggio ragionato che fornisce delle tesi ordinatamente argomentate.

L’abbiamo scritto animate da una profonda urgenza. Volevamo un libello provocatorio sin dal titolo che si schierasse radicalmente contro la mentalità, l’ideologia, la psicologia, l’etica e l’architettura del canile, che ne smascherasse l’inaccettabile ingiustizia e la sostanziale inutilità, un libello in cui poter sparare tutto quello che quotidianamente vedevamo e sentivamo, senza sconti e senza ipocrisie.

Avevamo proprio l’impressione che mancasse, che ce ne fosse un gran bisogno, che in tanti e tante lo aspettassero, ce l’avessero sulla punta della lingua e delle dita.

Il libro (Chiudiamo i canili di Troglodita Tribe, Ortica Editrice, pag 100 ero 10 può essere richiesto in libreria o sui principali store online.

Chiudiamo i canili!

Filed under: Antispecismo, libri — Tag:, — Fabio Santa Maria @ 6:34 PM

La prima volta che sono entrato in un canile da volontario non ero certo un ragazzino. Sono passati più di vent’anni, eppure quel giorno me lo ricordo come se fosse oggi. Fui letteralmente investito dal devastante abbaiare di centinaia di cani. Uno di quei rumori che non penetra solo nelle orecchie, perché lo senti vibrare anche nello stomaco, sul petto, nel cervello. Era l’evidente rappresentazione di un’indescrivibile ingiustizia che veniva urlata senza fine. Cercai di fingere indifferenza, mi dissi che quello era il primo giorno e che poi mi sarei abituato. Ma non è andata così.

Ancora oggi continuo a chiedermi come si possa accettare un campo di concentramento, come ci si possa rassegnare e ritenere indispensabile un luogo di reclusione e contenzione. Mi chiedo come si possa ancora rispondere ad un problema, ad una difficoltà di convivenza con l’internamento, l’isolamento, le gabbie, le reti… che per i cani, come per qualsiasi essere dotato di consapevolezza e voglia di vivere, non è nient’altro che tortura.

In tutti questi anni ho conosciuto l’antispecismo, la Liberazione Animale, ho incontrato educatori cinofili illuminati e volontarie instancabili che continuano a ripetere che il canile deve essere riformato. Ma quel grido devastante è ancora lì, non si abbassa neppure di un decibel, è come se non lo ascoltasse più nessuno. Un boato ululante che ti scalza l’anima dal petto, un abbaio infinito a sottolineare senza possibilità di errore che un’ingiustizia non può essere riformata, addolcita, migliorata, ma solo abolita, perché solo sulle sue ceneri sarà possibile costruire delle alternative accettabili.

CHIUDIAMO I CANILI! è un piccolo libro che attraverso la storia dei canili e le sue inevitabili connessioni con gli allevamenti e la nostra idea di cane, cerca di smascherare un immaginario ancora troppo legato al loro dominio, allo loro schiavitù, alla loro riduzione a bene di consumo.

CHIUDIAMO I CANILI! di Troglodita Tribe Ortica Editrice si trova sugli store online e si può ordinare in libreria.

18 gennaio 2019

ABITARE CENTO CASE… il libello creativo

Filed under: editoria creativa casalinga, leggere — Tag:, — Fabio Santa Maria @ 3:26 PM

davAbitare Cento Case non è un’eterna vacanza, ma un altro modo di viaggiare, un altro modo di stare con gli animali, un altro modo di lavorare, un altro modo di concepire l’essere attivi nelle diverse tematiche ecologiche e sociali che incontriamo spostandoci di casa in casa.

Abitiamo le case degli altri e ce ne prendiamo cura quando gli altri non ci sono. Stiamo con gli animali che restano, con le piante che le adornano, con gli orti che le arricchiscono, con le infinite diverse armonie ed atmosfere che ogni casa svela ed emana.

Abitare Cento Case è un esperimento nomade, un work in progress, uno scambio con reciproci ed emozionanti vantaggi, uno dei tanti possibili piani di fuga dalla società dello spettacolo.

Ecco finalmente il libello delle utopiche e concrete istruzioni del perfetto centocasista, il libello delle emozioni di questo progetto in movimento, il libello che ne illustra le flessibili regole del gioco, che ne racconta le fasi salienti attraverso esperienze vissute.

Ottanta pagine di eco-editoria in formato A5 piegato, cucite a mano e illustrate in giallo durante le tappe di Abitare Cento Case, un vero libello gioiello creAttivamente autoprodotto viaggiando.

Per averlo a soli 10 euro (spese postali incluse) basta farci un fischio su troglotribe@libero.it

13 agosto 2018

GRAZIE AGLI IRRIVERENTI

Filed under: comunicare, Creatività, editoria creativa casalinga — Tag:, , — Fabio Santa Maria @ 4:02 PM

pipì.jpgGrazie agli irriverenti, grazie alle battute, grazie alle vignette.
Grazie alle caricature, grazie alle pagine, ai blog, ai profili di satira che spuntano un po’ ovunque spargendo parapiglia nelle certezze di chi odia.
Grazie a quest’orda di parole e pensieri vivacemente non allineati che ancora danno ossigeno nel bel mezzo della melma che sommerge.
Grazie a chi si espone, a chi ironizza, a chi soffia divertito sul castello traballante di questo cambiamento che non cambia niente, ma distrugge tutto desertificando le speranze.
Grazie, perché senza di voi, resterebbe solo l’odio e quel triste nichilismo di chi risponde odiando ancor di più.
Grazie, perché mostrate quanto è nuda la becera ignoranza di chi pensa solo al suo orticello, di chi sputa sulla storia, sulle lotte, sui diritti civili, sulla libera circolazione, sulle differenze.
Grazie, perché sottolineate tutti i giorni il misero pressapochismo di chi ha barattato cervello e cuore in cambio di promesse.
Grazie, perché ci dite tutti i giorni che il popolo non è massa-mediatica venduta un tot al chilo, ma anche cervelli in fuga dai meschini e villani dittatori che millantano.
Grazie, perché la vostra resistenza ci contagia l’esitenza.

10 agosto 2018

LA RESISTENZA ATTRAVERSO LA PRODUZIONE DI CONTENUTO

Filed under: editoria creativa casalinga, migranti, Scrivere — Tag:, — Fabio Santa Maria @ 8:55 am

head-1965678_1920Il dilagare della deriva razzista che ci sta investendo in questi mesi libera una marea di frasi, post, spot, tweet estremamente tossici che prima restavano confinati nel non detto, in quella zona d’ombra dove solo i più estremi riuscivano ad avventurarsi senza vergogna.
Qualcuno dice che, almeno, oggi sappiamo con chi abbiamo a che fare. Bastano poche righe e certi toni per capire al volo. Oppure, altri, sostengono che si tratta di una sorta di nevrosi collettiva, di una febbre esistenziale. Meglio che scoppi dicono. Solo così, l’organismo, riuscirà ad attivare gli anticorpi, solo così c’è concreta speranza di guarigione.
Eppure, nel frattempo, il morbo dilaga producendo materiale tossico che contagia, creando una nebulosa mediatica sempre più difficile da respirare. Il rischio è quello della morte del paziente.
Ogni individuo ha la sua sensibilità. C’è chi può sopportare i danni per lunghi periodi senza subirne gli effetti, ma a lungo andare, chi è ancora vivo, sente l’ indispensabile necessità di elaborare strategie di resistenza.
Una di queste è certamente qualle della continua produzione di contenuto che, in qualunque modo, possa diluire l’odio, l’ignoranza, la grettezza, la stupida superficialità, che, in qualunque modo, possa identificarli, smascherarli rivelando che la vita è ancora viva nelle tante menti che ancora non hanno abdicato agli effetti della malattia.
In fondo, la continua produzione di contenuto, anche il più semplice, anche limitato ad un outing antirazzista, anche raccontato con i modi e i mezzi più ingenui (come dimenticare la vecchina che si espone con un cartello in favore dei migranti?), può sortire effetti imprevedibili, può infiltrarsi clamorosamente in mezzo allo srotolarsi bieco dell’odio.
Perché in fondo il loro re è sempre stato nudo, e i suoi adepti, se è possibile, ancora di più.

7 giugno 2018

Manifesto d’amore e d’anarchia

dav

Che c’azzecca l’amore con l’anarchia, l’arte con gli astronauti autonomi, la patafisica con i raduni arcobaleno dei vecchi hippy, la meditazione della risata con il movimento degli uomini casalinghi?
Uno scrittore disoccupato milanese con sfratto in corso cerca la visione per uscire dalla realtà ordinaria e scrivere una storia che rotoli radiosa e vivace tra espolsivi spunti di spiritualità spiritose. E’ stato misteriosamente contattato da una strega dei boschi, un’incantevole vera strega che gli chiede questa fantasmagoria letteraria: delle pagine che abbiano il potere di fermare l’incedere dei suoi anni. Solo così, infatti, riuscirà ad evitare di perdere i poteri, solo così la dimensione degli esseri spiritual spiritosi potrà unirsi a quella più ordinaria dello scrittore. E allora scoppierà la rivoluzione, l’unione di due universi, la svolta telepatica simpatica, l’utopia che balla senza tempo in attesa della liberazione.
Riuscirà la letteratura a sconvolgere l’ordinaria realtà che ci lega alla materia? Riuscirà l’amore ad incontrare l’anarchia?

Per saperlo non vi resta che richiederci il libro “MANIFESTO D’AMORE E D’ANARCHIA” 100 pagine in carta riciclata autoprodotto da Troglodita Tribe ai tempi della prima casa troglodita a 5 euro più 1,46 di spese postali.troglotribe@libero.it

22 Maggio 2018

UN PEZZO DI PANE

cane musoEra un bel pezzo di pane neanche tanto sporco. Probabile che qualcuno lo avesse comprato per farci un panino o per mangiarlo al volo seduto sulla panchina insieme a un etto di qualcosa. Magari un turista oppure un impiegato attratto dalla giornata soleggiata che era un peccato rinchiudersi nel solito baretto che serviva piatti caldi. Ma si sa, il pane è sempre troppo, il pane morso, poi, come fai a conservarlo? Ne aveva consumato neanche la metà e il resto l’aveva lasciato sulla panchina perché non gli andava di buttarlo nel cestino ricolmo d’immondizia. Poi magari era caduto a terra spinto da qualcuno che voleva sedersi, poi qualcun altro, magari senza volerlo, gli aveva dato un calcio e così il pane si era allontanato dalla panchina, era finito in mezzo al marciapiede. Ma non era lì da giorni e l’uomo e il cane lo avevano subito notato.

Quando sei sulla strada certe cose ti attirano come calamite. Tu non lo dai a vedere, fingi noncuranza, ma ti ci avvicini irresistibilmente. Lo sai che devi andarci piano, che sulla strada è importante passare inosservati, prendere rapidamente senza farsi notare. Sulla strada non puoi muoverti spontaneamente, tranquillamente. Sulla strada c’è sempre qualcuno che ti guarda. La strada è libertà, ma quando ci vivi a lungo scopri che è piena di trappole.

L’uomo aveva calcolato di camminare tranquillamente fino al pane per poi chinarsi e infilarselo nel tascone dell’impermeabile con un gesto semplice e veloce, ma poi aveva visto il cane, aveva capito che il cane poteva essere un problema.

Il cane si era fermato. In realtà aveva visto il pane prima dell’uomo, ne aveva percepito l’odore decine di metri prima, se n’era inebriato e già se lo sentiva in bocca, ma si era fermato. Era sulla strada da alcuni anni e conosceva bene la regola numero uno, era per quello che era sempre riuscito a cavarsela, a sopravvivere. L’umano aveva sempre ragione: se lo infastidivi, se gli ringhiavi ti avrebbero preso e rinchiuso per sempre.
Aveva visto l’uomo che puntava il pane e si era fermato. Se avesse voluto ci sarebbe arrivato in quattro salti, ma c’era quell’uomo, c’era la regola numero uno.
L’uomo stava pensando di lasciar perdere. Si vedeva bene che il cane era affamato e che avrebbe potuto morderlo. Un morso sarebbe stato un vero disastro perché sulla strada anche una piccola influenza è un lusso che non puoi permetterti, figurarsi un braccio o una gamba inutilizzabili per giorni. Eppure continuava a guardare il cane, non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, sentiva una strana e amichevole confidenza che lo rilassava, che mitigava la paura, che allontanava il senso di pericolo.

Quasi senza accorgersene, senza calcoli, l’uomo e il cane si avvicinavano al pane, ma lo facevano molto lentamente, passo dopo passo, zampa dopo zampa. Pareva che tutto il resto del mondo, tutte le automobili, tutti i passanti che camminavano veloci, tutti i turisti e tutti gli impiegati, tutto il frastuono del mondo che produce, che consuma, che vende e che compra fossero scomparsi. Pareva che ci fossero solo un uomo e un cane che si avvicinavano lentamente ad un pezzo di pane sul marciapiede.
Fu l’uomo a chinarsi e a raccoglierlo. Il cane non lo avrebbe mai fatto per via della regola numero uno. Fu l’uomo a spezzarlo in due e a porger la sua parte al cane.

 tratto da “BESTIE FUORI POSTO” libello autoprodotto di Troglodita Tribe

BESTIE FUORI POSTO rientra in un progetto più ampio: una serie di pubblicazioni autoprodotte che cercano di scardinare l’immaginario specista. Per il momento, oltre a questo, abbiamo realizzato
MUSI DI PIETRA (il posto degli animali nei monumenti)
GRAFFI(TI) CREATIVI (gli animali e la street art)
CARI CANI DI SICILIA (la nostra esperienza diretta con cani liberi in Sicilia).


PER RICHIESTE POTETE CONTATTARCI SU TROGLOTRIBE@LIBERO.IT

 

9 Maggio 2018

COME (NON) PROMUOVERE IL PROPRIO LIBRO IN RETE

DSC01500I tutorial sostengono all’unanimità che, per promuovere un libro in rete, in ogni modo, sempre e comunque, occora scrivere contenuti altri cercando di attirare l’attenzione, cercando di interessare e sedurre, cercando di raccontare storie fino a creare una sorta di comunità di persone che ti seguono, che si interessano a ciò che scrivi. Solo dopo, ogni tanto e casualmente, si dovrà far notare che questo benedetto libro lo abbiamo pubblicato e che vorremmo anche venderlo. Ma bisogna insistere a scrivere così, in modo traslato, quasi casuale, quasi che t’importasse poco, quasi che il motivo di tutto questo scrivere non avesse nulla a che vedere con l’imperativo della vendita.

I tutorial, inoltre, sostengono che questo lavoro debba iniziare molto prima della conclusione del libro, perché si tratta di un lavoro duro e lungo sul quale non si può improvvisare e pretendere risultati nel breve periodo.

I tutorial, in pratica, sostengono che per vendere il tuo libro occorra scriverne un altro, molti altri, da spezzettare sotto forma di post, tweet, articoli che, subdolamente, girino intorno al primo senza farsi riconoscere. Un secondo (terzo, quarto…) libro ben mimetizzato dal quale escano, all’improvviso e studiati, dei richiami all’acquisto del primo libro. Una sorta di interminabile spot pubblcitario, di cantilenante e scampanante e sbandierante chiacchiericcio produttivo che deve essere simpatico, che deve saper intrattenere, che deve illudere di poter risolvere problemi. Ma, tutto sommato, un modo come un altro per mettersi in mostra e, una volta raggiunta la fosforescenza, contare sul fatto che i lettori, irresistibilmente attratti dall’esca, finiranno per comprare.

E d’altronde per quale strano motivo dovremmo scrivere questo articolo virtuale se non per aumentare la nostra popolarità e sperare che, come ovvia conseguenza, sempre più persone s’interessino al nostro modo di scrivere e si decidano finalmente ad acquistare un nostro libro cartaceo?

Sarà che questo marketing esponenziale e diffuso con noi non ha mai funzionato e riusciamo a piazzare i nostri libelli quasi esclusivamente quando vengono toccati (indipendentemente da quanto e cosa scriviamo in rete), sarà che siamo troppo proiettati sul cartaceo per riuscire a rendere sul virtuale ciò che davvero tentiamo di mettere su quella carta recuperata che fa da supporto ai nostri testi, sarà che quando il libello si fa creativo tutte le regole del marketing editoriale esplodono in un felice caos colorato, sarà tutto quello che vi pare, ma scrivere e mettere in rete questo famoso libro, questi famosi libri spezzettati in post, tweet e articoli con il solo scopo di venderne un altro è un sistema che, francamente, non ci torna. E non è soltanto perché ci fa venire in mente la triste pratica del lavorare gratis non più per un ideale, ma finalizzato alla speranza di essere sfruttati con un altro lavoro dotato di stipendio.

Il punto, invece, è soprattutto quel subdolo girare intorno, quel mellifluo sorridere educato e allineato, quel bon ton da rete che impone la disponibilità totale e suona esattamente come il vecchio bastardo comandamento del cliente che ha sempre ragione, e ancor prima che sia un cliente per di più! Perché qui ovviamente non si parla di chi pubblica da anni il proprio blog per comunicare, per informare, per raccontare, per fare politica, per fare cultura o per il piacere di farlo e poi, già che c’è, scrive anche del libro che ha appena pubblicato. Qui si ribalta tutto e, come in un qualunque stato azienda che si rispetti, la tua vera essenza, quello scrivere che era la tua vita, assume il tipico format da spot pubblicitario.

Siamo gente cresciuta nella convinzione che chi scrive debba viaggiare con mezzi di fortuna per andare esattamente dove gli pare, perché è questo scrivere. Proprio quella libertà totale che consente di impazzire sperimentando nuove strade e consente di gridarlo forte fino a farsi sentire con parole che escono dalle righe deragliando e disertando; e consente a chi ti legge di trovare ogni volta nuove ed inedite visioni. Scrivere è creazione, è un atto ribelle che ribolle fino a generare una spuma fantasmagorica che sballa al solo odorarla. E anche quando c’è quel gusto grezzo, disinvolto, improvvisato, autodidatta, autoprodotto, stampato in proprio, al leggerti, si sente che dall’altra parte qualcuno si sta facendo le ossa scrivendo senza sosta fino a sanguinare. Perché se davvero vuoi entare nel tuo stesso scrivere fino a scivolarci dentro, fino a scomparirci dentro, fino a starci dentro così bene da non uscirne più, sarai sempre dall’altra parte del mondo rispetto a quella famosa fosforescenza da marketing esponenziale, rispetto a quel furbetto mascherare educato e per bene il proprio spregiudicato spam a caccia di fama.

E poi ancora. Ma siamo davvero certi che seguendo diligenti le regole proposte (e indubbiamente centrate rispetto agli algoritmi che guidano i processi mentali degli utenti) riusciremo a vendere la tiratura del nostro libro? Basterebbe raffigurarsi il pullulante esercito di quelli che ci provano, di quelli che, diligenti, ci si mettono d’impegno, di quelli che postano quotidiani archittendo strategie che rimandano alla promozione di un libro che ancora devono cominciare a scrivere, di quelli che si costruiscono, giorno dopo giorno, il loro personale e affezionato pubblico. Pubblico, a sua volta e inevitabilmente, composto da persone che rispondono a quei post, a quei tweet, a quegli articoli con lo scopo di accappararsi il proprio di pubblico. Basterebbe raffigurarsi questo caleidoscopio pubblicitario di pubblici da pubblicazione per una radicale e sgommante inversione a u, per una diserzione di massa di quelle che fanno la storia della liberazione letteraria.

E allora? Dirà qualcuno… Che cosa resta? Che cosa dovrebbe fare un* scrivente di belle speranze che vive in quest’infosfera mediatica fondata inesorabilmente sul marketing? Mollare tutto forse?

Se davvero dovessimo rispondere a questa domanda non potremmo fare a meno di istigare all’autoproduzione radicale: quella con le copertine di cartone dei supermercati e i titoli scritti a mano con lo smalto per unghie scaduto, quella del testo fotocopiato e arricchito da timbri, strappi e spirali, quella con le tirature minime cucite a mano, quella che scommette sull’unicità e l’effetto travolgente del cartaceo non seriale, quella che quando la vedi è un tale pugno mediatico nell’occhio stanco e addomesticato dal virtuale che esplode e brilla di luce propria.

Ma fortunatamente, non avendo le carte in regola per rispondere visto che usiamo solo carta recuperata e riusata e regalata, ci possiamo limitare ad abbandonare il campo intonando il vecchio motto che anima da tempo le nostre produzioni: FATTI I LIBRI TUOI!

« Newer PostsOlder Posts »

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.