Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici)

28 aprile 2017

Ottava Animal Plaquette

Filed under: editoria creativa casalinga — Troglodita Tribe @ 10:57 am

Tre ciliegie sul comò

ebbe in dono il bel totò,

maialino principino

sempre dolce e birichino,

ma qualcuno le rubò,

volò via e se ne andò,

ne lasciaron solo una sul nasino di totò.

Eran stati pappagalli,

sempre verdi e un poco gialli,

le spartirono a ciascuno,

senza far male a nessuno.

Una del terzetto di filastrocche che trovate in questa ottava  Animal Plaquette
Chi la vuole prenotare può scriverci su troglotribe@libero.it

Una del terzetto di filastrocche che trovate in questa ottava  Animal Plaquette
Chi la vuole prenotare può scriverci su troglotribe@libero.it

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Settima Animal Plaquette

Filed under: editoria creativa casalinga — Troglodita Tribe @ 10:28 am

c’era in cielo un uccellino che voleva esser bagnino

piroettare con i pesci e nuotare ogni mattino

Gli dicevan che è vietato ma non si era rassegnato

gli dicevan che nel mare non ci poteva proprio stare

Ma un bel giorno l’uccellino aprì il becco canterino

e la musica magia i divieti portò via

pesci uccelli e pur bambine, cieli, mari e anche stelline

tutti  insieme per cantare, tutti liberi a giocare.

 

Una del terzetto di filastrocche che trovate in questa settima  Animal Plaquette
Chi la vuole prenotare può scriverci su troglotribe@libero.it

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Sesta Animal Plaquette

Filed under: editoria creativa casalinga — Troglodita Tribe @ 10:23 am

La colomba della pace

voleva essere lasciata in pace.

Era stanca delle cerimonie e di tutte le altre fandonie.

Un mattino dichiarò lo sciopero generale e

con una coppia di gattine, che non voleva esser neutrale,

fondò un gruppetto spiritoso e poco spirituale

per graffiare, becchettare e scagazzare ogni generale.

Una del terzetto di filastrocche che trovate in questa sesta  Animal Plaquette
Chi la vuole prenotare può scriverci su troglotribe@libero.it

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Quinta Animal Plaquette

Filed under: editoria creativa casalinga — Troglodita Tribe @ 10:01 am

Alla festa delle bimbe invitaron gli animali

per sentirsi finalmente tutti uniti e tutti uguali.

C’eran galline, cani e maiali

che eran davvero molto cordiali,

ma quella festa non poteva iniziare,

capre e stambecchi non potevan mancare.

Vivevan sui monti molto lontano

e ad arrivarci ci voleva un aeroplano,

ma con un sorriso e un po’ di concentrazione

fecero insieme una buona azione,

così finalmente verso sera

giunsero tutti in qualche maniera.

Una del terzetto di filastrocche che trovate in questa quinta  Animal Plaquette
Chi la vuole prenotare può scriverci su troglotribe@libero.it

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Quarta Animal Plaquette

Filed under: editoria creativa casalinga — Troglodita Tribe @ 9:54 am

Voglio la pace in tutto l’universo,

andiamo insieme anche se ognuno è diverso,

sorrido al futuro senza paura

perché trovo alleati nella natura.

Avanti c’è posto per tutti, anche se a volte si sta un po’ stretti

non badiamo ai nostri difetti,

ma il bello è proprio la condivisione

che spesso ti aiuta a cambiare opinione.

Una del terzetto di filastrocche che trovate in questa quarta  Animal Plaquette
Chi la vuole prenotare può scriverci su troglotribe@libero.it

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Oltre il limite dell’editoria a Macerata Racconta

DSC02993.JPGLimitatamente al concetto di libro, al limite della staccionata dove si oltrepassano i limiti dell’editoria tradizionale, ecco insorgere una versione libraria libertaria, un’insolita interpretazione che estrapola materiali insoliti e si mette a far libri, anzi libelli e libroidi, con materiali effimeri tipo cartoni dei supermercati, biglietti del tram, cartoline, cartellette da ufficio, lastre radiografiche…Libri, proprio libri, magari anche scartafacci, libri da taschino o cartoneros, ma tutti con la loro microtiratura, con tanto di copertina e cuciture, introduzioni, postfazioni e tutto il resto. Mica pezzi unici e morta lì, no no! Proprio libri in carta e cuore. Tutto questo per dire che a Macerata Racconta 2017 ci saremo anche noi, con tutti i limiti della nostra eco-editoria-creativa! Non mancate!

22 aprile 2017

Non ho tempo per leggere!

sunglasses-1534892_640Quante volte avresti voluto rispondere che è impossibile non avere tempo per leggere, quante volte hai desiderato sottolineare che il tempo per leggere occorre prenderselo, che il tempo per leggere è tempo guadagnato, salvato, valorizzato, meravigliosamente dedicato all’esplorazione degli infiniti mondi della letteratura. E quante volte avresti anche voluto aggiungere che è impossibile non trovare quel tempo se davvero hai conosciuto la lettura in tutte le sue sottili manifestazioni che ti realizzano, ti guariscono, ti accompagnano in ogni momento, ad ogni età, in ogni luogo. Eppure, secondo le ultime indagini (fonte Ansa) in Italia, ci sono ben 33 milioni di persone che questo tempo, proprio non lo trovano.

Ma quanto tempo ci vuole per leggere un libro?
Ovvio, ognuno ha il suo di tempo, c’è chi legge a razzo e chi si sofferma con attenta precisione sulle virgole e i  punti respirando ad ogni periodo. Ma ci sarà pur il modo per trovare una media, e si sa, su internet trovi tutto e così ho scovato un sito che misura i tempi di lettura.
Scrivi il titolo, ti compare la sinossi, clicchi su start e cominci a leggere, alla fine clicchi nuovamente e il sistema calcola la tua velocità di lettura. Io, con le mie 250 parole al minuto, a leggere “Il barone rampante” di Italo Calvino ci metto circa 4 ore.

Si tratta di un bel libro appassionante, intorno alle 250 pagine. E’ la storia di Cosimo Piovasco Barone di Rondò che, da ragazzino, salì sugli alberi senza mai più scendere per tutta la sua lunga e avventurosa vita. Semplicemente non accettò l’imposizione di dover mangiare un piatto di lumache e decise di protestare in modo così radicale e definitivo. Un libro per tutti che, quasi, si legge da solo. E anche tenendo conto che sono un lettore vorace tendo comunque a prendermi il tempo per gustare fino in fondo la magia delle parole scritte. Diu conseguenza possiamo tranquillamente ritenere le 4 ore come tempo medio di lettura per un libro.

In Italia i lettori forti, che sono pari al 5,7% dei lettori, leggono mediamente un libro al mese.
Chi sostiene di non avere tempo per leggere, quindi, sostiene di non trovare 4 ore in un mese per leggere un libro. In realtà, non trova neppure  4 ore in un anno, ma teniamoci pure sulla fatidica soglia dei lettori forti, teniamoci larghi, anzi larghissimi.

Lo sapete cosa significa non avere 4 ore al mese per leggere? Vabbe! Io ho preso la calcolatrice, lo ammetto, e per farla breve si tratta di 8 minuti al giorno. Sì, basterebbero 8 minuti al giorno per leggere un libro al mese e diventare dei lettori forti, un libro della lunghezza e della meraviglia di “Il barone rampante” di Italo Calvino, un libro letto con calma, ad una velocità media.

Ma è davvero possibile non avere 8 minuti liberi al giorno? Alla fermata del tram, aspettando che bolla l’acqua della pasta o che esca il caffè, oppure dal dentista in sala d’aspetto, o in poltrona durante la pubblicità abbassando il volume… Quanti sono i momenti di una giornata in cui si possono leggere 8 minuti di libro? Ottanta, ottomila?

Eppure la maggioranza, il 57% di noi italiani, non li trova perché, di fatto non legge neppure un libro all’anno. Ce ne sarebbe per salire sugli alberi e non scendere mai più.

22 marzo 2017

Quando il telefono squillava

phone-1597071_640.jpgOk, non vogliamo negarlo, certamente facciamo parte di una delle cosiddette vecchie generazioni tecnologiche, quelle cresciute col telefono che squilla, quelle che dovevi infilare il dito e girare il disco di plastica per fare i numeri. A quei tempi, quando squillava il telefono, a rispondere ci andavi sempre, a qualunque ora del giorno o della notte, qualunque cosa stessi facendo. C ‘era qualcuno che ti stava chiamando, che voleva parlare con te, che aveva qualcosa da dirti, come facevi ad ignorarlo? Se passi per la strada e qualcuno ti rivolge la parola, gli rispondi, è normale. Se poi è una persona che conosci, che ti rivolge magari una domanda, che ti fa una richiesta, che fai? Tiri dritto e lo ignori?

 E così, ancora oggi, quando arriva una chiamata, un sms, una mail o un qualunque messaggio lanciato evidentemente ed esplicitamente nella  nostra direzione, che ci parla direttamente e personalmente, ci viene naturale e istintivo dare una risposta. E’ come se una risposta fosse necessaria, una pura questione di civiltà comunicativa.

E non stiamo mettendo in discussione la legittima difesa mediatica, il rilassato atteggiamento di chi, ogni tanto, lascia andare la chiamata o di chi, a risponderti, se la prende comoda. Ci sta, i tempi cambiano e i messaggi sono diventati tempeste radioattive in bassa frequenza che trasportano faccine che sorridono, vomitano, fischiettano… non tutto è così urgente! E poi siamo così indaffarati a rispondere ai post dei mille e cinquecento amici di fb che, più di tanto non si può pretendere.

Ma no! Noi stiamo parlando di quelli che non rispondono proprio, di quelli che, anche se articoli una chiara domanda diretta, niente! Di quelli che magari ti contattano loro e poi ti lasciano cadere nel limbo dell’attesa, delle cose in sospeso, nel vuoto di quello spazio-tempo dove annaspi e sei costretto ad inseguirli anche solo per ottenere uno straccio di risposta chiara.

Perché è proprio questo il punto, loro non concepiscono la comunicazione come un contatto diretto. Loro non interpretano la tecnologia come un mezzo che facilita la comunicazione tra individui. Nel loro mondo la tecnologia ha preso il sopravvento e la comunicazione è un videogame dove raccatti i punti e ti diverti. E in un videogame, se non rispondi, dall’altra parte non c’è un individuo reale che ti ha fatto una domanda, che sta aspettando una risposta. Nel loro mondo conta solo farti notare che sono molto impegnati con i loro mille e cinquecento amici e poi c’è il lavoro (ohh quanto lavoro!), la famiglia, i selfie, gli hobby… E non si può mica rispondere sempre a tutti!

A ben vedere deve essere proprio così che, alla fin fine, ci sente un po’ come delle star. Perché è il mito dell’homo indaffaratus ed impegnatus che, oggi, tende a farci sentire realizzati. Un mito un po’ becero tutto sommato, irrimediabilmente virtuale e drasticamente svincolato dalla realtà. Una sorta di succedaneo de noantri rispetto a quell’altro vecchio mito, ancor più becero se è possibile, quello dell’imprenditore macho che s’è fatto da sé, quello che ha talmente tanto da fare che, se ti va bene, riesci a parlarci solo attraverso la segretaria. Bionda ovviamente.

4 marzo 2017

BASTA, TORNO AL CARTACEO!

books-1655783_640Dopo un paio d’anni di lettura virtuale durante i quali ho sperimentato tutte le gioie leggere del poter leggere tutti i libri del mondo in un solo reader che puoi portarti ovunque, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, nella piena consapevolezza dei grandi vantaggi della lettura notturna retroilluminata che, però, ti stacca a morsi il ritmo sonno-veglia sconvolgendo i ritmi circadiani http://www.adolescienza.it/social-web-tecnologia/la-lettura-di-e-book-la-sera-concilia-veramente-il-sonno/, scelgo, abbandonando ogni intento belligerante nei confronti della tecnologia che fa passi da gigante, informato sui prezzi più convenienti sia per chi compra, sia per chi edita, sia per chi autoproduce ebook, di tornare comunque al cartaceo.

Non butterò nella spazzatura il mio reader come feci tanti tanti anni fa con la televisione (quando si è giovani si è felicemente e anche ingenuamente portati all’estremismo) , lo terrò, anzi, in bella mostra, casualmente appoggiato su un tavolo, su un comodino, su una mensola… Lo terrò e, ogni tanto, tornerò a leggerci qualche thriller, ricordando i vecchi tempi andati, quei due anni in cui lessi solo con lui, solo su di lui. Ricorderò quel periodo con la tipica nostalgia di un passato che racconti senza problemi, con quel sorriso leggero di un’esperienza vissuta che è parte essenziale della tua biografia, ma che non ripeteresti per nulla al mondo.

Sì, mi ci vedo, mi ci vedo proprio, comincerei a raccontare cercando di descrivere l’infinito che ti si apre davanti quando qualcuno ti regala un reader aggiungendo pure la diabolica opzione di poter acquistare tutti i libri che vuoi perché è connesso alla sua carta di credito, non alla tua. Quella strana e prepotente sensazione di onnipotenza libraria, quel sentirsi armati dal magico potere di un clic che ti permette, davvero, di accedere a qualunque libro ti passi per la testa in quel preciso momento. E poi vederli che si accumulano nel cloud con quelle loro micro copertine che scimmiottano il libro di carta. E poi leggerli ovviamente. Sentire come ti scivolano addosso in maniera così diversa.

Uno dei motivi fondamentali che mi ha spinto al ritorno al cartaceo, in effetti, è proprio questo strano fatto. I libri di quei due anni non li ricordo quasi più. Prima, quando leggevo solo il cartaceo, un libro letto mi rimaneva addosso per anni, poi  magari non riuscivo a rievocarne la trama in tutti particolari, ma il cuore del libro restava lì, con quel suo grumo di energia vibrante che ho sempre chiamato il cuore del libro, proprio ciò che per me distingueva un mucchietto di fogli rilegati da un libro. Con gli ebook non succedeva! Un fenomeno dovuto alla struttura spaziale del libro di carta e di come funziona la nostra memoria, di come stiamo perdendo la nostra competenza spaziale. Lo spiegava già nel 2003 Ruggero Pierantoni, uno dei più singolari studiosi di percezione (per approfondire la questione http://www.doppiozero.com/materiali/fuori-busta/perche-non-ricordo-gli-ebook) ma allora, ovviamente, non lo sapevo.

E’ singolare notare, poi, che non sempre una nuova tecnologia finirà per soppiantare quella vecchia. E non si tratta semplicemente di sacche di resistenza, di un pugno di nostalgici della carta. La carta, nei fatti, non scompare, così come l’ebook, nei fatti, non esplode.
Ieri sono andato alla presentazione di un libro: “Quasimodo e La Pira operaio del sogni e operaio del vangelo” di Grazia Dormiente. Ed è stata proprio l’autrice a sottolineare che quell’inedito carteggio non sarebbe mai giunto fino a noi senza la carta. Senza la carta si sarebbe perso nel marasma delle mail che, ovviamente, nessuno scrittore e nessun poeta conserva più;  e che, ancor più ovviamente, nessun professore e nessuno studioso potranno mai ritrovare e pubblicare.

Ma sì dai! Torno serenamente al cartaceo, torno ad usare biglietti del tram e improbabili striscioline di carta per tenere il segno, torno al caotico disordine di quella colorata e possente montagnola di libri che svettava accanto al materasso del mio soppalco. Torno a quel supporto cartaceo che, come scrisse da qualche parte Franco del Moro di Ellin Selae, puoi anche lanciare dalla montagna, andartelo a riprendere ed essere sicuro che potrai leggere ancora il suo contenuto.

5 febbraio 2017

ALLEGRISSIMA TOTEMINA METROPOLITANA

totemia.jpgLa totemina metropolitana s’era piazzata proprio all’incrocio tra due grosse arterie particolarmente trafficate, proprio in mezzo ad una circonvoluzione di circonvallazioni con contorno di complessi geroglifici di rotaie che complicavano la vita anche ai sistemi più avanzati di scambi automatizzati.

Mandava messaggi mirabolanti agli automobilisti incazzati trasmettendo strane ondate di letteratura tranviaria che dardeggiavano senza paura anche i più incalliti realisti incazzati strombazzanti e  perforanti i timpani del circostante inquinato e mefitico.

Si chiamava Salamanca Salti Sempreverdi ed era stata ingaggiata dall’alto dei Regni Immaginari, là dove il potere della parola scritta in libertà spodestava l’abulia contraffatta e strafatta del grigiore metropolitano e del noioso scriverebbene nostrano.

Il suo gioco era semplicissimo.
Doveva solo puntare gli occhioni giallo-fosforescenti contro un qualsiasi autista che correva al lavoro senza speranza di salvezza, e, subito dopo, questo veniva preso da piacevoli attacchi di fantasticaggini che gli piovevano a gocce sul parabrezza dell’automobile. All’inizio non se ne accorgeva neanche, assuefatto ad ogni ordine di stupore pubblicitario pensava trattarsi della solita pioggerellina caotica che s’infiltra nell’infosfera mediatica al solo scopo di fotterti e fonderti ai modelli imperanti e commercialmente corretti.

Il fortunato di turno, quindi, fra l’assonnato e l’annoiato, azionava il tergicristallo creando un amalgama indistinto di visioni multicolori in cui riconosceva i suoi stessi desideri proiettati voracemente alla velocità della luce. Si trattava proprio di un attimo, eppure la visione era perfetta, garantita in technicolor a trenta milioni di colori per ogni miliardesimo di millimetro quadrato. Ma quelle erano visioni autentiche, vere psichedelie con luccicanze da dimensioni ultragalattiche, fantasismi funanbolici che rasentavano il fanatismo fantastico , altro che  la solita minestra pubblicitaria che penetrava imperterrita come pulviscolo puzzolente su ogni punta di speranza, quella era roba farcita nel per-sempre di un adesso straordinario che si poteva godere alla grande anche su un mezzo ordinario urbano.

A quel punto, pure il più stressato dei seriosi in carriera, pure la più rassegnata al grigiore contraffatto di fatti fetenti che fallivano feroci, non poteva fare a meno di riconoscere che una manciatina di autentico splendore libertario gli stava piovendo  fresca fresca dal cielo. Non poteva fare a meno, quindi, di parcheggiare l’automobile e attaccarsi al primo tram che sopraggiungeva sferragliante e simpatico.  Non poteva fare a meno, a quel punto, di seguire un caotico circuito di coincidenze demenzialmente corrette, di idee devianti dal comune senso della percezione regolare e irregimentata, di visioni in mondovisione interconnesse all’antenna cosmica di un milione di altri mondi in piazza. Tutto l’insieme, che sfolgorava repentino ad ogni fermata, permetteva di assaporare una città completamente diversa.

Molti di questi personaggi, che toccati dall’allegrissima totemina metropolitana divenivano un po’ tocchi da splendidi e vivaci punti di vista, allora, si mettevano a scrivere abbandonando le loro parole sul tram in modo che chiunque potesse coglierle come fiori temerari che spaccavano l’asfalto sorridenti.

Salamanca Salti Sempreverdi si divertiva un sacco. Si godeva lo spettacolo post-spot-tacolare spaparanzata nel suo pop hip-hop di colori sprayati e di parole sputate a colori. Con il suo turbante piumato pareva una reginetta settebellezze uscita dall’oasi di un deserto caldo e catarifrangente di miraggi mirabolanti e meravigliosamente sinceri. E quel gioco, poi, la faceva sentire bene. Cambiare il distinto destino di omaccioni incravattati e di donne infelicemente compunte che correvano ogni giorno più spente, farlo con la semplice proiezione dei loro stessi desideri, era come lanciare torte in faccia ai pasticceri, meglio di così!

E poi il circuito tranviario si riempiva di nuovi visionari, di originali sognatrici, di colorati tipacci che infarcivano il circostante di cataclismi cantati come cartoline illustrate nel magma postale. E tutto grazie a quella metamorfosi che si andava metafisicamente e psicogeograficamente diffondendo e fondendo nel paesaggio urbano.

Nuove letterature letteralmente e letterariamente lente levitavano come torte farcite di orizzonti infiniti, decrescevano bislacche come idee contorte ma felicemente attuabili nell’attualità urbana.

E il bello era che nessuno pretendeva di diventare famoso con tutta quella magnificenza abbondante di parole libere e selvagge che surfavano l’onda anomala tranviaria. Quella letteratura era di tutti e di tutte. Viaggiava e vagava generosa e abbondante alla facciaccia lessa e babbiona di una crisi che crepitava rincretinendo ogni speranza di condivisione, ogni idea di mutuo appoggio, ogni sintomo di complicità in direzione delle nuove felicità orizzontali.

Diventare famosi era un vecchio concetto arenato nel nulla. E proprio quel nulla prendeva le forme più libere e belle di tutti i tempi

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