Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici)

L’ECO EDITORIA CREATIVA SPIEGATA AI GIORNALI

Nuove e vecchie frontiere dell’autoproduzione

di Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici)
Ma i libri di carta spariranno o no?
Forse qui troverete una risposta. O forse no.

In principio erano le fanzine!
Nate dal forte impulso ad immettere nell’infosfera mediatica contenuti non domati e filtrati dal benpensante beneplacito dei canali tradizionali, hanno portato l’autoproduzione editoriale nelle mani di chiunque desiderasse esprimersi su carta. Le fanzine hanno felicemente interpretato e vissuto il vero concetto di libertà di stampa. Ma non solo, le fanzine hanno anche aperto la strada mostrando senza troppi indugi che scrivere e pubblicare le proprie idee, la propria letteratura, la propria musica, la propria controcultura era davvero possibile!
Ci pare indispensabile riconoscere queste nobili origini quando si parla di autoproduzioni editoriali o auto editoria. Certo, esperienze antecedenti alle fanzine non mancano, soprattutto nell’infinito patrimonio libertario, ma a livello di massa questo fascicoletto cartaceo pinzato e spesso sporcato con eqilibrismi di copy-art ci pare decisivo per il diffondersi delle successive autoproduzioni.
Oggi auto editarsi è diventato molto più semplice da un punto di vista manuale. Oggi, grazie alla stampa digitale, esistono aziende che, partendo dal nostro testo, forniscono già il prodotto finito. Che sia un romanzo, una raccolta di poesie, una rivista di filosofia…basta ordinare il numero di copie e il gioco è fatto. Non è più neppure necessario ordinare cinquecento o mille copie come accadeva prima rivolgendosi alle tipografie. Oggi puoi chiedere anche solo dieci copie alla volta e il prezzo resta più o meno lo stesso. Questa notevole facilitazione tecnologica ed economica, a nostro parere, ha portato il mondo delle autoproduzioni editoriali ad un radicale appiattimento. Se, da una parte, sempre più persone si auto editano (e questo è certamente un fattore positivo), dall’altra, la scintilla rivoluzionaria e creativa generata dalle fanzine è stata abbandonata e dimenticata.
Quell’effervescenza nata dal desiderio di inventare nuovi contenuti, nuove immagini, nuova musica che appariva inaccettabile dai canali tradizionali, ci pare essersi spenta, tristemente sostituita dal mero desiderio di adeguarsi con opere che si confondano il più possibile con le produzioni tradizionali. Se le fanzine cercavano di distinguersi per fare nuovi mondi, oggi l’autoeditoria pare cercare il significato della sua esistenza nel farsi accettare là dove solo gli autori affermati (spesso definiti superficialmente come commerciali) sono riusciti ad entrare.

Eco-editoria creativa

Sull’onda di queste considerazioni, spinti più che altro dal desiderio di raccogliere in modo adeguato la meravigliosa eredità lasciataci dalle fanzine, abbiamo pensato, progettato, attuato una sorta di ribellione dell’autoeditoria che tentasse di minare alle fondamenta il solito vecchio immaginario libresco che recita più o meno così: un libro, per essere un vero libro, deve uscire da una tipografia, deve stare in libreria, deve avere la forma, lo spessore e la serialità del classico libro…Ed è così che nasce l’eco-editoria creativa, dal desiderio di ampliare notevolmente questo asfissiante immaginario libresco che domina, purtroppo, anche chi tenta nuove strade.
Nel raccontare questa nostra esperienza non abbiamo certo la pretesa di aver inventato qualcosa, al contrario l’obbiettivo è quello di dare un piccolo impulso destabilizzante, quello di invitare alla diserzione dai soliti comandamenti editoriali.
L’eco-editoria creativa è innanzitutto autoproduzione. Se prendo il testo di qualcuno e lo riproduco non sto facendo autoproduzione. Magari sto piratando o diffondendo importanti informazioni, ma non sto autoproducendo. Se lavoro su commissione non sto autoproducendo. La caratteristica fondamentale dell’autoproduzione resta la totale autonomia, l’unica vera spinta in grado di confondere, e spesso annullare, la differenza tra il tempo del lavoro e il tempo libero.
L’eco-editoria creativa è fatta di scarti. È per questo che si chiama eco, perché la forma si amalgama con coerenza al contenuto rifiutando, da subito, di trasformarsi in uno dei tanti piccoli disastri ambientali che ci stano uccidendo. Un’eco-editoria fatta con cartoni dei supermercati, con scarti tipografici, con vecchie cartoline, con confezioni, tappezzerie, biglietti del tram…è anche un modo per ridare forma, per riplasmare lo scempio del circostante. Riusare e riciclare divengono il vero atto creativo antiartistico, il vero collage multilivello della gran torta mediatica fatta di carta. Un’eco-editoria fatta di scarti, poi, è davvero orizzontale perché riduce al minimo le spese dei materiali, perché non servono particolari attrezzature, perché non ci vogliono particolari abilità in quanto gli scarti, in molti casi, sono già pronti all’uso.
L’eco-editoria creativa rifiuta la serialità.
La serialità è il punto di svolta, la produzione seriale è ciò che trasforma un’opera in un oggetto. La serialità riproduce il contenuto, ma scolora la tensione creativa appiattendo il mondo che stavamo cercando di infilare nel nostro libro. Non stiamo parlando di libri d’artista, ma di eco-editoria creativa: testi pur sempre riprodotti che, però, contengono anche tocchi manuali, interventi in diretta effettuati su ogni esemplare. Collage, strappi, manipolazioni, timbri, inserimenti di oggetti che permettono alle parole di uscire dai fogli, che impediscono letteralmente una completa digitalizzazione del nostro essere su quelle stesse pagine. Più che arte, antiarte, più che mostre…diffusione orizzontale. Si rifiuta la serialità lavorando sulla serialità, invertendone la rotta, sabotandone il senso. Scrivere, quindi, sul già scritto, negli spazi occupati del nostro immaginario con felici attentati estetici nel tentativo di operare una trasformazione, di scavalcare una barriera.
A questo punto i libelli dell’eco-editoria creativa non ci provano neanche a diventare famosi, a far centomila copie, a scimmiottare la fama e la gloria. Più che altro entrano in una circolazione a spirale e si espandono in relazione al desiderio e all’intensità di chi li ha fatti. La distribuzione non ha le stesse finalità del libro tradizionale. Non è importante che l’eco-libello entri nel dibattito culturale, che si faccia strada e che viva sulla bocca e nella mente di tanti. Ciò che conta è esserci, aver lasciato una scia che si vaporizza in breve tempo, come una scultura lasciata morire sotto il sole, la pioggia e il gelo. L’eco libello, infatti, è fatto di scarti, è tenuto insieme con cuciture casalinghe, ha una tiratura molto limitata, è solo una voce nel grande coro di una nuova era del libro.

Il libro di carta sparirà

Alla fine il libro di carta non sparirà perché l’e-book è più moderno, più economico, più versatile ma per il semplice fatto che l’era digitale ha cambiato i nostri cervelli.
Leggere su carta, per chi è sempre più connesso ad un interminabile labirinto di link che si susseguono ininterrottamente fornendo immagini, animazioni, video, audio, notizie, novità, meteo, messaggi, tweet e chissà che altro, sta diventando un’attività sempre più statica.
Se consideriamo i tempi brevissimi di permanenza su un singolo sito (e si parla di secondi…), se consideriamo che spesso le ricerche perdono il filo di una trama precisa perché si viene sedotti da altre curiosità e stimoli, se consideriamo la possente invasione del digitale nelle nostre vite, nelle nostre comunicazioni, nei nostri sogni…non possiamo fare a meno di renderci conto di quanto la lettura di un libro di carta possa risultare “troppo poco”. Le parole che scorrono sulla pagina non sono abbastanza animate, non c’è quella magica potenzialità che ci permette di cliccare e aprire una nuova porta.
Alla fine il libro di carta sparirà, ma non perché sostituito da un altro supporto digitale da estrarre dalla borsa e leggere esattamente come, prima, leggevamo il nostro romanzo da mezzo chilo. No, sparirà e basta. Sparirà il concetto di libro vissuto come mondo a se stante, come isola di una dimensione altra, come creazione unica che imprigiona entro i suoi confini cartacei una serie di personaggi ed eventi, sparirà come oggetto dall’antica magia.
Sparirà come sono sparite le enciclopedie, per il semplice fatto che non servono più, perché la conoscenza non sta più nei libri, la conoscenza circola rapidissima e basta connettersi, basta condividere le informazioni. E oggi, infatti, non si parla più del semplice e-book, ma di ‘video-e-book’, un mix tra un e-book, un audio-e-book e un videocorso. Risulta evidente, quindi, quanto sia la multimedialità a prendere il sopravvento sul concetto di libro e quanto, in realtà, il cambiamento non sia certo limitato al tipo di supporto che contiene le parole, le informazioni, le storie, le idee.
E non è certo casuale che, per quanto riguarda il libro di carta, non ci sia mai tempo per leggere, mentre per i contenuti multimediali che vengono incessantemente veicolati da una tecnologia sempre più nuova e sempre più versatile, il tempo non manca mai.
Leggere un libro di carta sarà sempre più difficile. Sarà come, oggi, riuscire a sorbirsi un film degli anni venti del secolo scorso: verrà voglia di cambiare canale per tornarci qualche minuto dopo, verrà voglia di saltare le scene troppo lunghe, e nel frattempo riuscire a fare un giro di zapping, come si diceva ai tempi della tv.
Tutto questo sarebbe davvero bello se la sparizione del libro di carta coincidesse con un’evoluzione del pensiero, con una svolta orizzontale della cultura sempre più aperta e disponibile a tutti, sempre meno appannaggio dei pochi che potevano permettersela e, quindi, pubblicarla sui libri di carta.
In realtà siamo molto lontani da tutto questo. Il nostro immaginario mille.0 è sempre più incapace di approfondire, di seguire con attenzione la lunga descrizione di un paesaggio, o di un pensiero che raggiunga il cuore di una questione, che non si accontenti dei comodi luoghi comuni a cui aderire in un lampo. Il nostro immaginario mille.0 è sempre più incapace di realizzare un sogno, di arrivare fino in fondo. Dalla logica del telecomando, siamo passati a quella del clic completando un illusorio protagonismo, basta cliccare e avere nuovi amici, nuovi follower, nuove news, nuove opportunità. Ma alla fine, su milioni di persone che hanno cercato in rete come si coltivano le fragole, saranno pochissimi a coltivarle davvero. Tutti gli altri resteranno comunque appagati dalle informazioni, dalle immagini, dai consigli, dagli infiniti e interessantissimi contenuti virtuali trovati, sarà come se, un po’, quelle fragole le avessero coltivate e assaporate davvero.
Il libro di carta sparisce e questa sua sparizione si porta via il concetto stesso di libro. Perché è diventato un giocattolo superato, perché vogliamo emozioni più forti e le vogliamo in fretta, perchè vogliamo gli effetti speciali, perchè vogliamo entrare nel libro e farne parte cambiandone il contenuto, perché tutto questo deve avvenire senza impegnarci troppo.
Il libro di carta sparisce proprio come spariscono i vecchi giochi da tavolo o i vecchi giochi di strada. Fate che un bambino scopra i videogiochi e non tornerà più indietro. Ci hanno stupiti con effetti irresistibili e sembra proprio che non si possa e non si debba resistere!

Il libro di carta non sparirà

Ma davvero la resistenza è impossibile e irrealizzabile? La resistenza, in fondo, è sempre possibile, ovunque e in qualsiasi situazione. A volte, la resistenza, basta inventarla e la voce comincia a girare, e qualcuno raccoglie quel pensiero insubordinato, quel pensiero dissonante e stonato, e lo fa suo, gli dà spazio, ossigeno, vita…per poi passarlo a qualcun altro che, magari, lo amplifica, lo complica, lo ramifica, lo espande, lo regala lanciandolo nel vento delle opportunità.
E allora la domanda sorge spontanea. È possibile un altro libro di carta? Un libro che riesca ad avere quella dinamicità, quella fascinazione, quella magia che seduca ancora noi nuovi umani, quelli dell’immaginario mille.0? Un libro che resti reale, ma che esca dalle pagine, dalla serialità, dal rigido nero su bianco, da quel pur sempre affascinante format editoriale che, però, si ripete sin dai suoi albori e risulta oramai superato?
Che la soluzione sia da ricercare all’interno del concetto di autoproduzione ci pare fuori da ogni dubbio, ma è altrettanto evidente che dovrà trattarsi di un’autoproduzione tutta da inventare, un’autoproduzione che, come si faceva una volta, stravolga i vecchi canoni perché c’è molto, molto altro da dire e da fare.
Un’autoproduzione che rimanga orizzontale e creativa, che risulti più dirompente e appagante dell’ultima trovata tecnologica, un’autoproduzione che liberi davvero la comunicazione, le informazioni, l’arte… da chi gestisce i canali che ci illudiamo essere nostri.
E tutto questo nuovo orizzonte orizzontale e creativo non si ottiene facendo “dei bei libretti tutti insieme”, ma investendo energie, idee, tempo, cura, amore, sperimentazioni. Perché solo con il coraggio di osare è possibile oltrepassare i confini. L’autoproduzione come stile di vita resta un gioco affascinante e appagante, ma richiede di essere giocato fino in fondo. La resistenza richiede tutto il tuo tempo, diventa uno stile di vita e per molti e molte l’unica scelta accettabile.

Forme di resistenza

Noi, appunto, scommettiamo sull’eco-editoria creativa, sul riciclo, sulla manipolazione, sull’intervento fatto a mano, sul collage che è decostruzione del già costruito, che è scrittura sul già scritto. Vecchie storie di vecchi artisti da rimettere in circolazione perché vivano, perché liberino la nuova era del libro autoprodotto, di carta. Una nuova era del libro senza maestri, fatta da autodidatti disadattati dadaisti, da sperimentatrici fuori dallo spettacolo, da spirali di libri liberi e mai famosi che fumano parole e si riprendono finalmente la letteratura. Come dimenticare, infatti, che questa non è solo l’era del e-book prossimo venturo, ma anche l’era della pubblicazione a pagamento, l’era del copyright, l’era del libro come veicolo di ricchezza e gloria, l’era dei best seller costruiti in laboratorio, l’era in cui si fatica ad accettare che sempre più persone si esprimano con un mezzo così orizzontale, aperto e potente come la scrittura.
Riprendiamoci la scrittura, la letteratura, l’editoria, l’arte, la libera distribuzione con uno strumento caldo, effimero, autoprodotto e cartaceo. Un libro in piccole tirature, un libro per tutti e tutte, di tutti e di tutte.
Impossibile? Solo bei sogni? A dire il vero, forme di resistenza vanno moltiplicandosi di giorno in giorno. Fiere, festival, incontri sull’editoria autoprodotta con altri mezzi, stili e obbiettivi (cartacei) stanno cominciando finalmente a fiorire anche in Italia in un crescendo di interesse e desiderio di fare in un altro modo.
Perché quando (a breve) la digitalizzazione dell’esistente avrà inglobato ogni possibile forma di espressione, quando tutto potrà essere copiato e riprodotto sul monitor, ecco che il libro di carta, autoprodotto, arricchito da manipolazioni, interventi, strappi, collage ed assalti antiartistici al concetto stesso di serialità, entrerà finalmente nei nostri immaginari come forma di liberazione, ma forse sarà troppo tardi. Sta a noi, oggi, diffondere, incoraggiare, inventare questa e mille altre opportunità, dar loro ossigeno. Oppure rinunciare e cedere all’inevitabile senza neppure provarci.

Troglodita Tribe e gli altri quando l’autore fa tutto da solo

18 maggio 2013 —   pagina 55  Il Tirreno sezione: Nazionale

Libri sì, ma fai da te. Proprio mentre Torino è effervescente per l’edizione 2013 del Salone del libro, costellata da editori alla ricerca di lumi per il proprio futuro, si fa notare un nuovo fenomeno antitetico a quello tratteggiato dallo scenario torinese, quello dell’editoria creativa, secondo la definizione coniata dai progenitori del movimento in Italia, Lella e Fabio (non è dato di conoscere il cognome) di Troglodita Tribe, dove i trogloditi -secondo una citazione dal film Delicatessen- sono una banda di nanerottoli vegani un po’ imbranati che combattono con intelligenza ed abilità per riuscire a sopravvivere in un universo di carnivori e cannibali destinato all’autodistruzione. Secondo i due l’editoria creativa è : « una tecnica per la creazione di libri fatti in casa che prevede l’autoproduzione in tutte le sue fasi (scrittura, taglio, rilegatura, manipolazione, inserimento di oggetti, distribuzione, scambio, baratto e/o vendita)». Non esistono, quindi, mai delle copie del libro, anzi del libello o libroide come i protagonisti di questo fenomeno amano chiamare le loro opere, ogni volume è un vero e proprio esemplare, caratterizzato da particolari unici, seppur proposto in multiple realizzazioni. Alessandro Bertola, one man show di LìberaMente – libreria raminga (www.libriliber.it) , altro protagonista di spicco del fenomeno, particolarmente dedito alle favole per i bambini, sottolinea la riduzione minima dell’impatto ambientale di questa “forma di resistenza editoriale creativa” giunta in Italia dopo anni di rodaggio all’estero : «si ricorre al riciclaggio di carta, cartoni, cartoncini, spaghi, cartoline, fil di ferro, buste, ecc. ecc., la rilegatura è manuale, si utilizzano colori naturali e poco inquinanti… insomma, in questo mondo di consumi sfrenati che stanno avvelenando il Pianeta, ci si cerca di muovere controcorrente». L’ultima, ma solo in ordine di tempo, sua creazione è Cappuccetto (s’è) rotto, una favoletta animalista che svela i retroscena relativi ad uno dei racconti più famosi al mondo, la cui vicenda (sembra…) non sia andata proprio come ce l’hanno raccontata Perrault o i fratelli Grimm. La bambina, per esempio, pare sia grande amica del lupo e detesta cordialmente i cacciatori. Per trovarlo, il libello, bisogna avere la fortuna di incontrare Bertola a una delle numerose fiere della piccola editoria cui partecipa, scrivergli o segnarsi in agenda la data del prossimo appuntamento con i principali attori di questo particolare segmento editoriale: Liber, 28-29 settembre a Milano, all’Arci Scighera (www.libersalone.altervista.org).

di Jeanne Perego

Quando il biglietto del tram diventa un libro

Intervista a Troglodita Tribe
di Claudia Vio
Piccolo viaggio nel mondo dell’eco-editoria creativa, tra materiali di recupero, economie alternative, gioco e sperimentazione.

A volte capita di abbandonare la retta via. Stiamo percorrendo la solita strada per l’ufficio, quella che ci è tanto familiare, con l’edicola all’angolo e il bar sotto i portici, quando qualcosa ci distrae. Un sonaglio misterioso che proviene da una laterale. Non ci eravamo mai accorti prima della sua esistenza. È una viuzza stretta, piena di colori. Si può percorrerla solo a piedi, come in un bazar. Si cammina sull’erba, sulle pietre, sulla stoffa, sulla carta straccia, sopra una corteccia o un pezzo di moquette recuperato dagli scarti; si può perfino camminare sull’acqua, come per effetto di un sortilegio. Avvertiamo, in fondo, l’eco di una sarabanda festosa. Irretiti da quella sirena ci scordiamo del cartellino da timbrare in ufficio, della città che ci gira intorno, di noi stessi. Così piombiamo in un mondo parallelo: quello dell’editoria casalinga, o editoria creativa, inventata dai Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni Felici) che da oltre una decina d’anni, nelle persone di Fabio e Lella, sta gettando lo scompiglio nell’universo della carta stampata. Nel loro covo sulle colline marchigiane i Troglodita trasformano i relitti dell’industria editoriale in baldanzose creature che sfidano i luoghi comuni e l’ordine costituito. Ci incontriamo in settembre a “Liber – i libri liberi”.

A Lella e Fabio chiedo di raccontarmi come gli è venuta in mente l’editoria casalinga…

“L’editoria casalinga è un po’ come la ruota o la pastasciutta: non è che qualcuno le ha inventate… si tratta di scoperte che vengono dal basso, che premono creative e necessarie e si espandono con milioni di differenti variazioni sul tema. L’editoria casalinga, il pubblicare i propri testi da soli, in casa, l’autoprodurseli insomma, è una naturale propensione di tante, tantissime persone. Hai scritto qualcosa e desideri che altri la leggano, vuoi espandere un messaggio, una visione. Se non segui la strada indicata, se non cerchi il permesso di un editore, se hai abbandonato la vuota illusione di diventare famoso, allora scegli di autoprodurre il tuo testo. La nostra Eco-Editoria-Creativa è una di queste variazioni sul tema, una sorta di ibrido e consiste nel costruire un libro con materiali di scarto, nell’intervenire manualmente con strappi, collage, timbri, inserimenti di oggetti, piegature all’interno del testo in modo da interrompere la serialità che caratterizza una normale tiratura”.

I vostri libri esprimono una forte creatività. Ogni esemplare è diverso dall’altro e non è replicabile. Perché questa esaltazione della diversità?

“La diversità è ciò che ci distingue dalle macchine. Siamo tutti diversi e diverse e… da vicino nessuno è normale, nessuno è standardizzabile né replicabile. Immettere la diversità anche nei libri per noi significa renderli delle opere vive, degli oggetti che contengono l’energia di chi li ha creati. Il voler replicare per centinaia di migliaia di volte le proprie parole e le proprie storie è una sorta di malattia moderna, un delirio di onnipotenza molto antropocentrico. Come il voler passare alla storia, il voler diventare famosi e importanti. Tutto questo crea un appiattimento globale, una noia devastante che contagia tutto e tutti”.

Manipolare il paesaggio

I materiali che utilizzate sono scarti della produzione industriale, dai cartoni alla carta da regalo, dagli scampoli di tappezzeria ai biglietti del tram. Date l’impressione di un mondo sottosopra. Cosa vi attrae nei materiali di scarto?

“Usare i materiali di scarto è un fatto che rende l’Eco-Editoria-Creativa la più orizzontale delle tecniche che si possano utilizzare. I materiali di scarto sono gratuiti e disponibili a tutti e a tutte. E questo non è un fatto da sottovalutare. La libera espressione della creatività è spesso tarpata proprio dalle difficoltà ad accedere ai colori, alla carta di pregio o a tutti gli infiniti strumenti richiesti dalle varie arti.
I materiali di scarto, poi, hanno una loro bellezza intrinseca nel momento in cui stravolgi il loro contesto perché crei un effetto di straniamento. Si tratta di oggetti di uso quotidiano, che sei abituato a maneggiare, che si sono già insediati nel tuo immaginario. Noi li prendiamo e ne ribaltiamo il significato, il messaggio, il senso. Non ci limitiamo a riciclarli, ne sfruttiamo anche la carica immaginifica. E tutto questo è estremamente divertente perché ti rendi conto della grande quantità di potenzialità creative disponibili. Ti rendi anche conto che il paesaggio urbano può essere manipolato, che tu puoi intervenire, che non sei solo una pedina, la famosa e rassegnata rotella di un ingranaggio. Sì, il paesaggio lo puoi mettere sottosopra, devi solo osare, spingerti un po’ oltre la consueta visione dello scrivere, del comunicare, del costruire… Un po’ quello che fanno i mutoidi con gli scarti delle macchine.
Inoltre continuiamo a ripetere che oggi usare materiali di scarto è assolutamente indispensabile per qualunque forma di creatività. Se compri materiale nuovo per la tua opera stai anche contribuendo alla distruzione del pianeta. Più che creativa la tua opera, appunto, diventa distruttiva, un piccolo disastro ambientale. E se non sono le persone creative, quelle che dovrebbero essere particolarmente sensibili e attente, a comprendere questa urgenza, ad anticipare un atteggiamento di profonda attenzione, anche estrema, allora chi dovrebbe farlo?”

Nel 1997 avete pubblicato il libro Economie alternative. Baratto, gratuità, uso libero, ospitalità generalizzata, convivialità sono i termini che voi usate. In che senso l’editoria casalinga è parte dell’economia alternativa?

“Sia l’editoria casalinga che l’Eco-Editoria-Creativa sono forme di autoproduzione e, secondo noi, le autoproduzioni rientrano decisamente all’interno dell’economia alternativa. Quando non deleghi più nessuno per il tuo lavoro, quando scegli il tuo progetto e lo sviluppi in totale autonomia, senza sfruttare nessuno e senza essere sfruttato da nessuno, interrompi il concetto stesso di lavoro visto come dinamica esclusivamente economica. Si tratta di una visione molto personale, ma secondo noi l’alternativa non si concretizza solo nell’usare il baratto al posto del denaro o nell’usare gli scec o altre valute alternative, ma nel lavorare esclusivamente a ciò che si ama, indipendentemente dal denaro che riesci o non riesci a guadagnarci. A volte è dura, molto dura. Ma l’economia alternativa non è un hobby da praticare nei ritagli di tempo, non è una faccenda da dopolavoro. O ci credi o non ci credi. E se ci credi la metti in pratica, diventa l’asse portante della tua esistenza. Spesso abbiamo usato i nostri libelli come moneta di scambio per ottenere olio, patate e altri prodotti, oppure li diamo a offerta libera, ma non è questo che li rende parte di ciò che noi riteniamo essere l’economia alternativa”.

Il fascino dell’inutile

I vostri libelli si presentano spesso come “prodotti” incompiuti, il lettore può aggiungerci di suo, anche stravolgere del tutto l’originale. E non hanno copyright. Chi è il lettore al quale vi rivolgete? O meglio, le persone alle quali vi rivolgete sono riducibili alla semplice categoria dei lettori?

“Noi pensiamo che il copyright sia una delle più potenti limitazioni alla creatività. Molto spesso sentiamo di gente che scrive libri o fa arte con l’intento di lasciare al mondo qualcosa di sé, con l’intento di diventare immortale. Per noi scrivere e costruire un libro significa comunicare, manipolare parole, storie, oggetti… sempre tenendo conto che anche il nostro lavoro sarà a sua volta usato e riusato per entrare in una sorta di vortice creativo collettivo, una spirale di energia libera e disponibile. Altro che spirito santo, è proprio questa spirale creativa che dà la grazia, che rende la vita degna di essere vissuta. Qualunque pittore, scrittrice, cuoco, clown, fotografa dovrebbe saperlo molto bene, e dovrebbe sapere ancora meglio che ogni idea, ogni tecnica, ogni storia, ogni immagine non è mai completamente inventata. Si attinge sempre da quel vortice creativo, senza di esso non ci sarebbe creazione alcuna. Mettere il copyright a qualunque opera significa cercare di frenare questa spirale creativa, significa cercare di limitarne la proliferazione, significa, soprattutto, illudersi di poter possedere davvero ciò che si intende offrire come opera creativa. In realtà nessuno è autore di niente ed è per questo che il concetto di nome collettivo è, secondo noi, quello che si avvicina meglio ad un pensare e ad un agire realmente creativo.
E poi, tutto ciò che si scrive, si dipinge, si inventa, tutto ciò che ha una carica rivoluzionaria, tutto ciò che è nuovo e dotato di energia vitale viene presto ribaltato, divorato, triturato e reso spettacolo. L’unica possibilità che resta è quella di inventare continuamente, di non attaccarsi a nulla. Ed è proprio questo il cuore e il senso della creatività: una partita dove dall’altra parte continuano a barare. Una partita che non puoi vincere, ma che puoi evitare di perdere solo se continui a giocarla, senza mai fermarti. Quindi non è che ci rivolgiamo a particolari categorie di lettori o fruitrici dei nostri libelli, ci piace, più che altro, pensare di poter partecipare a questo vortice immettendo continuamente la nostra energia”.

Tra i vostri libri c’è La ballata dei libri inutili. Un libro estremo, che credo vi rappresenti molto bene. Lo definite “un’antologia delle follie editoriali impossibili, impubblicabili”, “una mappa libertaria libresca che decolla verso gli orizzonti infiniti dell’invenzione… Libri che non troverebbero posto in alcun tipo di scaffale, libri dai quali non è possibile ricavare denaro, libri fatti a mano in pochissime copie che costano una fortuna, libri abbandonati sul sedile di un autobus, libri truffa, libri inesistenti, libri non replicabili, libri le cui pagine viaggiano anarchiche e selvagge solo per via postale… che non hanno senso, che evadono, cioè, dal comune senso del pudore editoriale”.

“Questi libri sono editorialmente inutili, sono inventati per altri scopi, seguono strade e destini che non hanno nulla a che fare con l’immaginario libresco imperante. I libri inutili sono una sorta di utopia del libro, un’era fanta-editoriale che, però, resta sempre dietro l’angolo, fruibile e realizzabile, anzi, a volte anche realizzata ma invisibile.
L’inutile è un concetto che ci ha sempre affascinato”.

Linguaggi inventati e brulicanti neologismi”

I vostri libri sono gioiosamente sovversivi e il riferimento all’anarchia è costante. Come convive il pensiero politico, che è razionale e coerente al suo interno, con la bizzarria dell’editoria casalinga?

“In un mondo appiattito dall’omologazione e dalla serialità della produzione e del pensiero, tutto ciò che evade e propone una qualsiasi forma di creatività o di invenzione, appare come qualcosa di deviante e bizzarro, fuori dalle righe, fuori dal comune sentire e interpretare la realtà. Ma questo non significa affatto che stiamo parlando di incoerenza o di faccende non sostenibili o non praticabili.
Secondo noi il pensiero anarchico è invenzione, creazione e rimodellamento continui. Senza queste caratteristiche è impossibile pensare e praticare la realizzazione dell’utopia, di ciò che ancora non esiste”.

Nella presentazione di “Postwriting – Oltre la scrittura creativa” voi dite che l’editoria creativa è per chi “ha abbandonato la zavorra dello scrivere bene, per chi ricerca l’illuminazione sub-letteraria, analfabeta, extrasintattica… piroettando tra i linguaggi inventati e i brulicanti neologismi”. La sovversione delle parole va di pari passo con quella dei materiali, a quanto pare.

“Sì! La sovversione delle parole, la diserzione del senso, più che altro l’invenzione, il gioco, la sperimentazione… È così triste scorrere i manuali di scrittura creativa, di business writing, di composizione letteraria, pare che tutto, tutti gli effetti, le sorprese, le visioni, i ritmi che possono scaturire da un testo siano solo il risultato di una regola o di una tecnica. È tutto scritto e catalogato, basta studiare la lezione. Noi, invece, ci rifacciamo all’improvvisazione, alla musicalità, alla ricerca delle infinite possibili varianti. Certo, ci vuole una grande confidenza, un grande amore per il mezzo che stai utilizzando, e poi, purtroppo, ci vogliono anni per decondizionarsi da quello scrivere bene che ti censura proprio sul più bello. I nostri testi nascono dall’esigenza di raccontare quello che non c’è, ma soprattutto cerchiamo di realizzarli in modo da farci sentire. Un testo deve farsi sentire, deve urlare in mezzo ad un bombardamento di parole che martellano da ogni angolo. Un testo autoprodotto, poi, deve urlare ancora più forte perché parte handicappato, parte snobbato. Ma se ci riesci, se il tuo linguaggio, la tua grafica, le tue invenzioni riescono a farsi sentire, allora ti accorgi che la gente c’è, che non è affatto vero che il lavaggio del cervello è riuscito ad appiattire ogni speranza di cambiamento. E ancora di più ti accorgi che se non riesci a farti sentire, a comunicare, la responsabilità è solo tua.
Perché il punto è che i comunicatori professionisti, quelli che lavorano perché questo mondo resti sottomesso, studiano e si applicano giorno e notte per ottenere i risultati che ottengono, per manipolare il nostro immaginario. E allora si comprende quanto sia puerile pensare di fargli concorrenza nei ritagli di tempo, con un’attività hobbistica. O ancora peggio cercare di tenere il piede in due scarpe”.

Vi è mai venuta la tentazione di tenere per voi tutto quello che create? I vostri libri sono davvero irripetibili. Separarsene significa rinunciare a una parte di sé.

“No, assolutamente no! Sarebbe come, per chi ama parlare con la gente, voler tenere tutte le parole per sé. Non avrebbe alcun senso. Sarebbe come fare delle meravigliose torte vegan ogni giorno e volerle tenere tutte per sé, poi andrebbero a male, andrebbero sprecate… e anche a mangiarsele tutte da soli ti farebbero venire solo un gran mal di pancia!”

Claudia Vio

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Eco-editoria casalinga e Società per Azioni Felici

Di libri si parla molto, soprattutto in questo periodo di Festival e Saloni come quello di Torino. Si parla perciò di inflazione della proposta letteraria. E quindi la domanda sorge spontanea: la produzione editoriale è davvero sostenibile? Non proporremo qui riflessioni sociologiche o di mercato, ma soltanto una risposta creativa al problema: Troglodita Tribe. Il motto? “Fatti i libri tuoi!”Duo (Fabio e Lella) che si dedica alla diffusione del credo vegano e della sostenibilità ambientale, Troglodita Tribe “Società per Azioni Felici” trae il nome dal film Delicatessen. Di loro ha parlato, recentemente, il mensile Terra Nuova nel numero dedicato alla scelta vegana (trovate l’articolo qui). Noi abbiamo visto le loro creazioni a Modena, al Festival della piccola e media editoria, il Buk, che si è svolto nel febbraio scorso. Voi potete trovarli sul loro sito, da cui sono tratte anche tutte le citazioni grazie alle quali vi raccontiamo il progetto.Quello che colpisce, di questi libri, libelli e libroidi – a dirla con le loro parole – è l’apparenza originale: piccole creazioni artistiche, uniche per forza di cose, che scardinano il nostro modo di leggere la quotidianità. La differenza rispetto a molti tentativi di riciclo creativo è che, in questo caso, la stessa interazione tra supporto e testo genera senso. Troglodita Tribe non si limita a riusare e decrescere, ma punta anche a generare nuovo significato proprio a partire dal materiale riutilizzato. Il biglietto del tram milanese diventa la grafica distintiva della collana “Atipici Testi Misti”: manifesti di poetica come Arte Tosta Micidiale e storie assurde come Assaltatori Testadura Mendicanti e poi testi che dialogano con l’attualità come Biglietto per il Paradiso, un paradiso dove il permesso di soggiornoè richiesto. Reinterpretare la realtà con libri ironici e utopici. Ancora, titoli come Dichiarazione di felicità permanente o Dizionarietto d’amore esagerato, che possono essere acquistati o, in alcuni casi, ottenuti per un’offerta libera o col “baratto di cibo bio-vegan”.I loro autori ci credono davvero. Parlano di “originalità pop-letteraria” e così si raccomandano ai lettori i loro libelli: “Dategli corda e faranno rete, faranno branco, faranno meravigliosi sentieri nel bosco”. In effetti, “qualunque sia il loro contenuto, sono sempre un messaggio ecologico”. E chi non volesse acquistarli, li faccia da sé, o nei laboratori proposti proprio dai “Trogloditi” stessi, oppure a partire da una pubblicazione più tradizionale come l’opuscolo di Altreconomia, Farsi un libro con gli scarti. E poi lasciatevi travolgere dall’ “invito vibrante a cominciare subito a scrivere in libertà, a ritagliare pagine, a truccare immagini, ad immaginare tutte le storie del mondo che ballano belle sotto le stelle”.Annalisa Scarpa – Redazione di Ecopolis
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BARATTO E RICICLO CREATIVO, ECO-TENDENZE O FILOSOFIA DI VITA? di Martina Turola (clicca per leggere)

Consapevole.it Rivista trimestrale di informazione indipendente

INTERVISTA (PRIMA PARTE) ALLA TROGLODITA TRIBE DI DANIELA CECERE PER IL BLOG DI STEFANO DONNO (clicca per leggere)

INTERVISTA (SECONDA PARTE) ALLA TROGLODITA TRIBE DI DANIELA CECERE PER IL BLOG DI STEFANO DONNO (clicca per leggere)UNA SOCIETÀ PER AZIONI FELICI E’ POSSIBILE (clicca per leggere)
Intervista A Lella E Fabio (Troglodita Tribe S.p.A.F.) di Pralina Tuttifrutti (A Rivista anarchica Numero 342 Anno 2009)


EDITORI E CONVIVIALI (clicca per leggere)

di Massimo Acanfora (Altreconomia Numero 90 Anno 2008)

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