Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici)

27 giugno 2022

DALLA PARTE DI CHI MORDE

Ciclicamente la cronaca ci riporta le agghiaccianti notizie di cani che mordono individui umani, che ne provocano mutilazioni e a volte anche la morte. I casi, per quanto rari, vengono sempre trattati con enfasi e suscitano, come è normale che sia, paura e diffidenza. Soprattutto se ad essere aggrediti sono i bambini, alimentano un immaginario che inquadra il cane, ma più in generale l’animale, come una bestia feroce e pericolosa che deve essere rinchiusa, abbattuta, tenuta lontano dalle nostre pacifiche società evolute e superiori.

Eh sì! I cani mordono.
Questo è un dato di fatto.
Hanno i denti e li usano anche come un’arma, soprattutto per difendersi, quando percepiscono una minaccia o un pericolo.
Questo dato di fatto, che non dovrebbe sorprendere nessuno, è troppo spesso dimenticato o, perlomeno, poco valutato quando pensiamo e definiamo il cane come nostro “miglior amico”.

In realtà, abbiamo sempre cercato di selezionare i cani e manipolarli per ottenere individui fedeli, docili, utili e servizievoli. Individui belli da vedere e da toccare o, al contrario, individui feroci e minacciosi che tenessero lontani i malintenzionati dalle nostre case, ma che fossero anche in grado di sacrificare la vita pur di difendere la nostra incolumità o le nostre proprietà.

In sostanza, li abbiamo scelti anche per la loro naturale aggressività, per il fatto che usassero i denti anche per mordere.

Quando, però, in questa operazione di selezione, qualcosa va storto, ci scandalizziamo, chiediamo che si prendano provvedimenti contro i cani, magari contro qualche particolare razza che, nell’immaginario collettivo, ma quasi mai nelle statistiche e negli studi documentati, viene identificata come più feroce e mordace delle altre.

E’ un atteggiamento radicalmente specista dove l’amicizia, in realtà, c’entra poco o nulla. Manipolare i cani per fare in modo che rispondano alle nostre esigenze, per poterli meglio utilizzare e sfruttare è, infatti, una forma di dominio che caratterizza il nostro normale rapporto con loro e con tutti gli altri animali.

All’opposto, una forma essenziale di rispetto e di amicizia, dovrebbe spingerci, tanto per cominciare, a considerare i cani come individui dotati di una naturale aggressività. Individui che potrebbero usare i denti proprio come noi potremmo utilizzare le mani. Individui che, una volta sottoposti a forti cariche di stress (come ad esempio durante la prigionia, quando si è costretti in ambienti malsani e isolati, quando manca la socialità con i simili) potrebbero trasformare questa naturale aggressività in un vero e proprio attacco. Esattamente come accade a noi umani.

Questo rispettoso riconoscimento, allora, ci spingerebbe con più facilità a cercare di capire il loro linguaggio, i loro messaggi, i loro bisogni essenziali, ci spingerebbe a riconoscere il disagio che esprimono, a prendere provvedimenti per cercare di arginarlo, per smettere di provocarlo.

In realtà, i trafiletti che documentano le aggressioni da parte dei cani, raramente ne forniscono anche una dettagliata ricostruzione e tendono, più che altro, a sottolineare la ferocia del cane e il dramma della vittima umana. Ma a voler approfondire, poi, viene alla luce quasi sempre una situazione di frustrazione, di isolamento, di squilibrio da parte del cane che, nel corso della sua vita, non ha avuto la possibilità di confrontarsi, di fare esperienze, di distinguere una normale situazione da una reale minaccia per la sua incolumità. Nella maggior parte di questi casi, infatti, il cane aggredisce proprio per difendere se stesso o i suoi cuccioli, per rispondere a ciò che percepisce come un pericolo imminente. Anche se non è tale. Si scopre, allora, come il malaugurato incontro è stato carico di malintesi, come è arrivato al drammatico risultato finale dopo una lunga serie di difficoltà da parte del cane stesso che, dal canto suo, ha tentato in ogni modo di comunicare un disagio.

Ma la risposta al disagio di un cane, quasi sempre, è la reclusione in un canile dove la paura, l’isolamento, la depressione, la rabbia, immancabilmente, aumenteranno, fino a diventare un baratro senza vie d’uscita. Il cane che esprime un disagio, infatti è identificato come una scocciatura, un fastidio. Difficilmente si cerca di mettere in discussione le motivazioni che l’hanno generato, difficilmente si è disposti a prendere i provvedimenti essenziali, che necessitano di attenzione e professionalità.

Dopotutto, le nostre comunità, che consideriamo così pacifiche, evolute e liberali, ma che soprattutto consideriamo essere composte da individui umani e superiori, non sono disposte ad andare incontro ai cani, a compiere il minimo passo indispensabile, a studiare il loro linguaggio, le loro elementari caratteristiche etologiche, il loro modo di esprimersi e di comunicare. Non sono disposte ad adattare le architetture, i paesaggi, gli stili di vita tenendo conto anche della loro presenza. Così continuiamo a scegliere i nostri cosiddetti migliori amici in base al colore del pelo, alla razza, alle mode o alle caratteristiche fisiche che potrebbero tornarci utili, che potrebbero piacerci o intenerirci. Continuiamo a comprarli e a venderli come merce che stocchiamo nei canili quando smette di soddisfarci o crea qualche problema di convivenza. Veri e propri campi di concentramento dove i cani che esprimono un disagio vengono rinchiusi. Luoghi dove non è possibile neppure iniziare un percorso di recupero. Ed è qui che finiscono i cani che mordono. Senza via d’uscita.

Ma i cani, quando ci mordono, esprimono un disagio esistenziale che ci riguarda profondamente, lo fanno quando, arrivati ormai al limite della frustrazione, non hanno altra scelta. Sono la rappresentazione del baratro specista a cui li stiamo conducendo. E invece di cercare di comprendere, riparare, favorire, tendiamo a creare lo scandalo della bestia feroce, fin quasi a dimenticare che stiamo camminando insieme a loro da millenni, un privilegio che, probabilmente, non abbiamo mai meritato.

Questo testo di Troglodita Tribe è stato letto durante la trasmissione radiofonica “Restiamo Animali” che si può ascoltare per intero qui.
Un seguito alle riflessioni scaturite dal nostro libro “Chiudiamo i canili” Ortica Editrice

26 marzo 2022

CHIUDIAMO I CANILI!

Filed under: Antispecismo, cani liberi — Tag:, , — Fabio Santa Maria @ 6:40 PM

Chiudiamo i canili è un piccolo libro che nasce, sin dal titolo, come una forte provocazione.

L’idea è quella di pungolare e stimolare riflessioni sul concetto stesso di canile, sulla sua architettura, sulla sua filosofia, soprattutto sul fatto che lo diamo per scontato come unica possibile soluzione oramai da troppo tempo.

Dopo anni di volontariato nei canili abbiamo potuto respirare in prima persona il suo essere una vera e propria struttura concentrazionaria, una galera a tutti gli effetti insomma, un luogo dove vengono detenuti i cani che hanno la sola colpa di essersi persi, d’esser stati abbandonati, di essere scappati o di essere nati liberi.

La nostra riflessione, allora, è cominciata proprio da qui, dal chiederci il perché, dal chiederci come fosse mai possibile che un’ingiustizia così plateale passasse inosservata fino al punto di essere data per ovvia e, soprattutto, di essere considerata un male necessario.

Il libro è quindi suddiviso essenzialmente in quattro parti che s’intitolano

Il passato

Il presente

Il futuro verso l’utopia

Il futuro verso la distopia.

Il passato è una breve storia disinvolta dei canili dove si racconta quando e perché nascono, come vengono organizzati e che cosa determinano nel nostro immaginario. In altre parole come riescono a cambiare il nostro modo di percepire i cani che, proprio grazie alle esigenze sanitarie a cui si risponderà drasticamente con le catture e gli abbattimenti generalizzati, diventeranno, se trovati liberi sul territorio, dei pericolosi latitanti da catturare e giustiziare al più presto.

La storia dei canili ci fornisce la chiave per comprendere meglio il nostro odierno rapporto con i cani, il nostro averli trasformati in pet, cani-merce, cani-robot che, se non rispondono a determinati requisiti standardizzati, devono essere catturati e rinchiusi.

Tutto questo è perfettamente in linea con le strategie speciste fondate sul dominio che prevedono la reclusione di tutti quegli individui che non si adeguano o che, per i motivi più disparati, vengono considerati fuori norma, diversi.

Non a caso, le stesse obiezioni che oggi piovono su chi propone l’abolizione dei canili, venivano esternate, prima del 1978, a chi proponeva di chiudere i manicomi.

Dove li metteremo, poi, tutti i matti?

Quando però, grazie agli studi, alle testimonianze, alla controinfomazione, si comprese che la soluzione era di gran lunga peggiore del problema, si dovette accettare che una plateale ingiustizia non può essere sostituita, ma solo abolita perché soltanto sulle sue ceneri sarà possibile ricostruire una convivenza più serena con chi è stato rinchiuso, umiliato, perseguitato.

La seconda parte del libro, quella relativa al presente, descrive le caratteristiche essenziali dei canili, le sensazioni che si provano entrando e partecipando alla vita quotidiana degli internati. A tutt’oggi, nonostante le diverse riforme e le tante battaglie, i canili restano veri e propri luoghi di detenzione, campi di concentramento dove i cani vengono ammassati e isolati dalla comunità. Li troviamo spesso, infatti, nei pressi delle discariche o in luoghi marginali. La loro struttura è studiata per facilitare il lavoro degli addetti, i box sono uguali e allineati, tutti con la stessa metratura, tutti con il pavimento in cemento. I cani internati soffrono spesso di depressione, stress e molte altre problematiche.

Un cane, come è noto, è un animale sociale e isolarlo dal mondo è indubbiamente una vera e propria tortura che peggiora il carattere abbassando, con il passare del tempo, le sue possibilità di essere adottato ed inserito nelle nostre comunità.

I canili, oggi, in un perverso disegno consumista che riduce il cane a merce, sono strettamente connessi agli allevamenti che sfornano di continuo nuovi nati per immetterli sul mercato. Notoriamente, quando una merce stanca o non soddisfa pienamente deve essere rottamata. E qui entrano in gioco i canili che, nonostante la buona volontà, l’impegno, l’attenzione nei preaffidi e il costante volontariato, sono costretti a raccogliere tutti i cani rifiutati.

Si attua così un circolo vizioso senza fine: da una parte si immettono cani senza alcun criterio, dall’altra si raccolgono gli scarti di produzione.

A questo punto il nostro rapporto con i cani si trova ad un bivio e sta a noi scegliere se muoverci verso l’utopia o verso la distopia.

Dovremmo cominciare, con la massima urgenza, a destrutturare un immaginario fortemente legato al cane merce, dovremmo riuscire a superare il concetto di padrone, dovremmo smetterla di considerare i cani come se fossero i nostri figli lasciando loro maggiori spazi di autonomia e di scelta. Dovremmo riuscire a stringere legami e, nello stesso tempo, ad allentare i guinzagli. Certo che è difficile, certo che l’ambiente spesso sembra non consentirlo, ma dobbiamo partire dal presupposto che l’ottanta per cento dei cani del mondo, ancora oggi, vivono in libertà o sono solo parzialmente controllati da noi umani. Invece di pensare a strutture di contenzione e carcerazione, allora, dovremmo riflettere sul fatto che la svolta che abbiamo dato al nostro rapporto con i cani è radicalmente sbagliata, letteralmente devastante. Ci vuole quindi un decisivo passo indietro per riuscire recuperare questo magnifico e millenario rapporto che stiamo perdendo inesorabilmente.

L’alternativa è la distopia di una vita senza cani. Quella dove li avremo definitivamente trasformati in cane-merce, solo un lontano ricordo di quella complicità, di quella scelta reciproca, di quell’incontro con i cani che ha avuto un profondo significato nella nostra evoluzione.

Nel libro, questa distopia, la descriviamo attraverso un racconto apocalittico in cui gli e-doggy della Kanis International, sofisticati automi che si possono aggiornare e cambiare in relazione alle esigenze personali, sostituiscono, giorno dopo giorno, i cani veri.

Chiudiamo i canili, ha un taglio radicale.

Non è un saggio ragionato che fornisce delle tesi ordinatamente argomentate.

L’abbiamo scritto animate da una profonda urgenza. Volevamo un libello provocatorio sin dal titolo che si schierasse radicalmente contro la mentalità, l’ideologia, la psicologia, l’etica e l’architettura del canile, che ne smascherasse l’inaccettabile ingiustizia e la sostanziale inutilità, un libello in cui poter sparare tutto quello che quotidianamente vedevamo e sentivamo, senza sconti e senza ipocrisie.

Avevamo proprio l’impressione che mancasse, che ce ne fosse un gran bisogno, che in tanti e tante lo aspettassero, ce l’avessero sulla punta della lingua e delle dita.

Il libro (Chiudiamo i canili di Troglodita Tribe, Ortica Editrice, pag 100 ero 10 può essere richiesto in libreria o sui principali store online.

24 dicembre 2016

Vedette libere di una vita di strada

gatto-di-stradaL’autore di questo interessante monumento decisamente non convenzionale è un ex professore della Scuola d’Arte di Braunschweig, una delle personalità di spicco della scena artistica in Bassa Sassonia. La sua stele, una sorta di spirale gattesca, è un omaggio a tutti i gatti di strada e, non a caso, è stata posta in questa via : Kattreppeln, dove, a quanto si racconta, un tempo i gatti avevano la possibilità di bighellonare senza essere infastiditi da nessuno. I gatti, storicamente, sia in campo artistico che in campo religioso, ma anche in campo letterario e sociale, sono stati considerati magici, sensuali, affascinanti, ma anche demoniaci e, proprio per questa ragione, sono stati perseguitati e torturati. Oggi abitano tranquillamente le nostre case, spesso entrano ed escono indisturbati, ma altrettanto spesso vivono in strada riuscendosi ad adattare anche grazie alle gattare che li aiutano e li favoriscono rendendo possibile questo loro particolare nomadismo che colora le nostre città. Un monumento che sembra una vera e propria colonia felina, una stele che ritrae una decina di gatti liberi nelle loro movenze più classiche, che oramai sono parte del nostro immaginario, del nostro modo di vedere, concepire e comprendere i gatti: velocità, bellezza, agilità, scatto, aggressività, giocosità e mistero, fusa e quell’infilarsi ovunque, nascondersi ovunque. Sono rappresentati senza orpelli, né umanizzazioni di alcun genere, come, purtroppo, quasi sempre avviene nel cinema, nelle favole, nella letteratura che li riguardano; non rappresentano qualche virtù o qualche vizio umano, non sono simboli di nulla, se non di loro stessi. Sono gatti, e stanno tutti sulla cima di una colonna di pietra, proprio come piace a loro, a guardia di una via che potevano frequentare senza fastidi, vedette libere di una vita di strada, compagni felini di un’umanità sempre più metropolitana alla quale continuano inesorabilmente ad adattarsi con intelligenza, leggerezza e grazia. Chissà, forse non ce li meritiamo i gatti, forse non siamo mai riusciti a penetrare veramente il magico mistero che li caratterizza, a comprendere l’assurda bellezza del loro concerto di fusa. Ma il monumento è lì e, almeno un po’, riscatta la nostra umana incomprensione.

Tratto da “Musi di Pietra (Il posto degli animali nei monumenti)” autoprodotto da Troglodita Tribe
Un viaggio nel mondo dei monumenti che rappresentano gli animali e solo loro.

6 dicembre 2016

CONOSCI QUESTA LINGUA?

Filed under: comunicare, Creatività — Tag:, , , , , , , — Fabio Santa Maria @ 1:31 PM

charlot

La comunicazione fa passi da gigante.
Come una scienza sciolta nel magma tecno-mediatico, come uno  scioglilingua da recitare a mò di mantra  modaiolo, la comunicazione s’impone sin dai primi passi scolastici. Alzi la mano chi non parlicchia l’inglese, chi non s’arrabatta con almeno due o tre lingue diverse dalla madre. Tante figlie e figliastre indispensabili da portarsi sulle spalle per respirare, per sapere, per farsi sentire con quel flebile afflato infervorato e laureato con cui partecipiamo al mondo, con cui recitiamo la parte assegnata.

Bello, certo!
Ma pare che nel frattempo, proporzionalmente e inesorabilmente, un’altra lingua tenda a scomparire lasciando un vuoto di glaciale e impeccabile superficialità nella comunicazione sempre più veloce dei nostri giorni. E’ la lingua della solidarietà. Un modo di parlare e di percepire che davamo per scontato. Una grammatica con poche semplici regole che consentivano di esprimere concetti comuni, prassi elementari, riferimenti scontati a cui ci appoggiavamo senza paura per disegnare il paesaggio della nostra esistenza.

Mutuo aiuto, condivisione, opposizione ad ogni forma di ingiustizia anche quando non ci riguarda direttamente. Quel senso di esser parte di un popolo, di un pianeta, quel senso di fastidio e di oppressione situato proprio in mezzo al petto di fronte alle prepotenze, alle sopraffazioni, alle ricchezze sproporzionate e platealmente stonate. Una lingua, questa, parlata sempre meno, con un vigore che va scemando passo dopo passo, che si sussurra ormai sull’orlo dell’eccezione, o giusto con la tipica accezione religiosa, caritatevole, buonista, eroica. Sempre più lontana, quindi, da quel sentire comune che diviene il passo con cui camminiamo nel mondo, con cui costruiamo nuovi mondi.

Una lingua, questa, che appare sempre meno umana, sempre meno al passo con i tempi, sempre più distanziata dalle nuove esigenze di sicurezza, ricchezza, lavoro che chiedono, al contrario, di respingere, di costruire muri, di distinguere.
Una lingua, la cui assenza, porta al disfacimento collettivo e ad una povertà interiore senza precedenti. Ci porta un mondo ricco che ha bisogno di leggi contro lo spreco alimentare, che muore di benessere e spazzatura, ma che è terrorizzato dal mondo povero che chiede quella solidarietà e quella condivisione che, da sempre, sono l’indispensabile preludio alla ricchezza collettiva.

Una lingua, quella della solidarietà, che, sotto sotto, conosciamo tutti. Che non si studia con il vocabolario, ma che potrebbe essere eletta a lingua universale, un nuovo spazioso esperanto che sa di speranza. Una lingua che potremmo recuperare in modo inedito e sorprendente partendo dal principio di tutte le ingiustizie, partendo dal basso, ma da così in basso da risultare spiazzante anche da tutte le altre lingue con tutti i loro significati allineati.
Dagli animali ovviamente.
Da una solidarietà così potente, l’unica realistica, da abbattere ogni muro, anche quello di specie.
Una lingua, in principio umana, che si affaccia da una strana finestra, che prova a perdersi e a perdere quelle sue gelide sembianze onnipotenti da comunicazione di servizio.

21 ottobre 2016

Seconda Animal Plaquette

“Se di amici ne hai tanti vivi giorni emozionanti,

ma se a volte se ne vanno e non tornan per un anno,

lascia il posto a quei pochini, che sian bimbi od uccellini,

che sia cani oppur pulcini, non importa che colore,

razza, specie od opinione, basta solo un po’ d’amore

da mostrare come un fiore e un gran sole scalda il cuore”

Una del terzetto di filastrocche che trovate in questa Animal Plaquette
Chi la vuole prenotare può scriverci su troglotribe@libero.it

21 settembre 2015

LIBERSALONE MILANO 17-18 OTTOBRE 2015 A MACAO

liber2Non crediamo più in un solo libro, unigenito figlio dell’Editore, nato in tipografia e distribuito in libreria. Non crediamo più in un solo libro, padre onnipotente ed eterno dispensatore di fama, oggetto di culto seriale da moltiplicare papale papale.

Crediamo in un libro pagano, libello ribelle che ribolle nelle sue infinite, fantasmagoriche e pirotecniche varianti creative, crediamo nell’anarchia di forbici, timbri, strappi e collage, crediamo negli schizzi di parole ululanti su pagine sempre diverse, crediamo nella rivolta del libro cucito a mano che ruba briciole pubblicitarie nel pulviscolo di microtirature post-pop-spettacolari.

Noi ci crediamo nella libertà dei libri. E ce la prendiamo! Cascasse il mondo la porteremo a Liber il primo Salone dei libri liberi senza prodotti animali (finalmente…era ora!).

Troglodita Tribe

Non siamo in libreria, ma siamo per la Liberazione Animale
Facciamo libri, ma solo con scarti cartacei.
Scriviamo testi, ma solo fuori di testa.

Sito ufficiale di LiberSalone con tutte le info e il programma http://www.libersalone.altervista.org/index.html

7 agosto 2015

PRENDETE IL MASCHILE E IL FEMMINILE E… FATELI A FETTE

ASTERISCO
Sandra Aubry et Sébastien Bourg, Astérisque, 2011.

Ahhh…. La Liberazione! Le liberazioni interiori, esteriori, politiche, fonetiche, sessuali, spirituali, musicali, linguistiche….. E le Liberazioni Umane e Animali con tutti i loro derivati, annessi e connessi nei vari consessi. Queste liberazioni che son tutte la stessa liberazione.

Unica figlia dissenziente e dissennata. Antitutto per eccellenza! Sovvertitrice e sovversiva, sorprendente e intraprendente, dirompente ed esplosiva, oltre il limite del limite del limite. Perché liberazione è andare oltre. Un passaggio che cambia il paesaggio, che amplifica la percezione, che avvicina la perfezione.

Un’intersezione rapida che connette in una scommessa clandestina tutti i nostri destini, che incita a deragliare, disobbedire, disertare, cancellare, rialzarsi per ricominciare.

La liberazione presuppone la forza di deragliare dal percorso stabilito.
Abbiamo binari che ci portano ovunque. Binari per amare, binari per lavorare, binari per comunicare, binari per confrontarci, per definirci, per usarci….

E naturalmente abbiamo binari che accompagnano i testi che abbiamo in testa, che regolano l’energia regalata dalle nostre parole scritte, che ammaestrano i pensieri concessi e connessi alle righe che lanciamo nelle gabbie mentali dell’infosfera mediatica.

Prendete il maschile e il femminile e… fateli a fette!
Illusoria rappresentazione di un mondo al tramonto.
Ancora pretende il primato del “Tutti liberi” che desertifica irrimediabilmente l’emozionante molteplice delle identità, delle differenze, delle sfumature; che opprime, insulta e cancella quell’altalenante ambiguo plurale di mezzitoni e chiaroscuri: l’alchimia feconda che trasforma il piatto paesaggio in capolavoro.

Durante le prove tecniche di liberazione siamo tutt* liber*, tutt* sospes* con tanto d’occhi e bocche spalancate ad osservare l’ambiguo democratico, quasi anarchico, insinuarsi dell’asterisco tra le righe quotidiane. Ogni asterisco è una domanda senza risposta. Ogni asterisco apre a tutte le diverse e controverse potenzialità. Ogni asterisco sospende il fluire della lettura, con quella sua domanda impertinente disorienta la vecchia suddivisione del mondo… e il modello codificato si mette in coda con tutt* gli altr*, e l’uomo scende dal trono.

L’assalto frontale dell’asterisco è sempre più evidente e sfacciato, vera e propria torta in faccia alla certezza, stratagemma poetico-politico che interrompe, rompe, oppone e contrappone in un lampo, in un gesto, in un segno.

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Un grazie speciale a frantic & feminoska per il loro articolo “CHI HA PAURA DELL’ASTERISCO” che felicemente ispirato questo nostro post.

Cos’è un asterisco? Una stella che luccica in fondo ad una parola, il piccolo scoppio che segue una detonazione di vocali, un’anomalia agrammaticale che punta le sue piccole dita all’omissione consapevole di tutt* coloro che non sono compres* nell’ideologico “neutro universale”, ovvero il privilegio del maschile.

(qui tutto l’articolo http://intersezioni.noblogs.org/condivisioni/chi-ha-paura-dellasterisco/)

25 luglio 2015

ANIMAL LIBERATION THRILLER

Eccolo finalmente!

animal liberation thrilklerIn un formato insolito lanciamo nell’intricato mondo delle eco-micro-auto-produzioni editoriali anche questo Animal Liberation Thriller. Un A4 verticale con paginoni a colonna e fogli gialli. Un formato adatto a testi lunghi in cui le righe respirano comunque, anche senza interventi creativi.

Un formato non certo nuovo, lo abbiamo già utilizzato per diversi romanzi impazziti (Il Veloce romanzo comico di fantaletteratura in trentacinque tazzine, il Piano di fuga dalla città in trentotto lettere con la copertina in carta di cacca di elefante, tanto per citarne un paio). E ci torniamo volentieri. Anche dopo aver pubblicato in stampa digitale e in ebook, questi libelli di lungo testo-lungo formato, questa narrativa eco-editoriale autoprodotta su cartaccia, ci torna tra le dita molto volentieri, rimane la soluzione migliore, più affascinate e versatile, più attiva e innovativa.

La copertina ce la siamo giocata con un variegato al cioccolato, un informale manuale di gesti pasticciati su cartoncino recuperato da una cartiera, i soliti avanzi di quei chilometrici e altissimi rotoloni che non possono essere usati fino in fondo perché le macchine superveloci devono frenare con un certo anticipo e poi, si sa, l’avanzo si butta. Il bel gattone, intorno a cui ruotano gli eventi di questo ALT (Animal Liberation Thriller) l’abbiamo stampato a getto d’inchiostro sul retro di volantini gialli scaduti, e poi ritagliato al millimetro con le solite forbicine compagne e amiche di mille collage. Stessa tecnica per il titolo! Avevamo anche un bel testino per la quarta, ma abbiamo soprasseduto; in un certo senso appesantiva e smorzava l’effetto suspence del gattone! Tanto qualche info sulla trama la trovate comunque, qui, tra l’Eco-Editoria Bestiale.

Forse, in questo ALT, non troverete l’esplosione sperimentale tipica dei nostri testi brevi che schizzano dalle pagine come tanti piccoli flash di una ribollente microtiratura ribelle, certo, qui parliamo di un thriller, di una storia che inizia e finisce rispettando la coerenza di una narrazione. Anzi, per meglio rispettarla anche nel suo cinico realismo, abbiamo approfittato dell’aiuto di un esperto, un medico psichiatra che ci ha spiegato quei dettagli essenziali sulla vivisezione che ci sarebbero sfuggiti. Ma qui, ancora, non ringraziamo nessuno, lo facciamo direttamente sulla carta gialla del thriller.

Abbiamo attinto da diverse fonti per costruire questa fettina di mondo inventato. Ci abbiamo messo del bel tempo per lasciar scorrere sulla pagina quella catena di pensieri, di dialoghi, di reazioni e associazioni sull’evasione, sulla liberazione, sull’ingiustizia dell’oppressione animale, per riuscire, soprattutto, a mostrare che succede nella testa di un attivista, di una persona che non ci sta, che insiste e lotta, di una persona che cambia all’improvviso mentre il grattacielo specista gli crolla addosso inesorabile. Qualcuno lo definirà un romanzo troppo di parte, ma che altro è la narrativa se non il riversare sulla pagina il mondo che sei, che percepisci?

DSC02833Abbiamo attinto anche al ricordo di persone care e scomparse che sono diventate personaggi tornando a vivere in questa dimensione letteraria, che ci hanno aiutato soprattutto quando era faticoso dover fare i conti con la realtà.

Di che parla questo romanzo?
Beh, va da sé! Vivisezione, Liberazione Animale, Resistenza Animale, Antipsichiatria… gli ingredienti sono tanti, c’è anche la birra, la musica, una rat-bike autocostruita, i monaci combattenti, strani pistoleri, un investigatore in felpa verde con scritta “meet is murder”, la solita valigetta nera piena di soldi… e poi ci sono i buoni e i cattivi che nuotano nei ruoli della catena del dominio, c’è una strenua lotta per spezzarla, per salvarci e liberarci, per cambiare e trasformare.

C’è anche del realismo in questa storia inventata, quel realismo che un po’ scoraggia, che mostra l’immensa disparità delle forze in campo, ma c’è anche della speranza, proprio quel soffio libertario che spinge le azioni più difficili, quelle che sembrano impossibili…e allora, quando lo percepisci, non puoi non lanciarti, insistere, provarci. E a tirarti indietro non ci riesci più.

Chissà, fateci sapere…

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