Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici)

17 settembre 2017

REGOLANDOTI SULLE REGOLE

DSC00830.JPGRegolandoti sulle regole rinunci all’energia raggiante e recalcitrante che regge quel rimasuglio rocambolesco del testo, quel sesto senso sensuale che ti connette telepatico serafico alle mirabili dimensioni dell’Altrove.

Regolandoti sulle regole, sull’algoritmo sintattico che sforna prodotti editorial-seriali, che illude e allude e ammicca a quel successo in eccesso da canna del cesso, perdi il potere possente delle tue parole, tradisci le trame occulte del tuo mirabile arzigogolio che frizza e freme ricamando a destra, a sinistra, avanti, indietro, sopra, sotto, obliquo, storto, ritorto e contorto nella magica spirale sproporzionata, sproloquiante ma spassosamente autentica da mordere come doblone d’oro, da lanciare nel fragoroso vento della letteratura come un fresbee colorato e contento che vola verso l’orizzonte infinito.

Perché regolandoti sulle regole perdi la partita di una letteratura futura, accetti il compromesso e trasformi l’oro in lavoro.

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10 settembre 2017

COME SCELGO I LIBRI DA LEGGERE?

books-1655783_640lo senti quando un testo ha energia: ti vibra dentro pizzicando certe corde che suonano fantascientifiche e mirabolanti melodie, ti attrae e ti seduce che quasi quasi ti metti a ballare gongolando goloso a chiederne ancora.
E’ così che scelgo i libri da leggere: vado a naso, apro a caso passeggiando lungo le autostrade stampate, allungo il pollice aspettando che una pagina sventoli gagliarda al sol dell’avvenire di certi intrecci che sembrano breccia. E prima o poi la trovo questa potenza prepotente che riconosco al volo.
La sento volare a vela lontano un chilometro, m’investe con l’onda del classico bacio che uccide ed è così che finalmente casco nel magnifico buco nero della lettura profonda. Fanatica immersione in tutt’altra dimensione.
Difficile che legga la recensione.
Difficile che mi affidi ai consigli.
Difficile poter contare sui regali.
Al massimo indicazioni vaghe tipo leggende metropolitane, scritte sui muri, echi distorti tra i boati della folla, righe strappate al volo prima che vadano al macero.
Perché è come per l’amore: pura questione di casualità.
O di fortuna, o di perseveranza, o di cocciuto disprezzo verso ogni forma di rassegnazione, di asservimento alla lettura imposta dai sacri canali canaglia che pretendono di disegnare, insegnare e segnare le pagine giuste.
Scelgo e sono scelto con la leggerezza dell’Amore, dell’Arte e dell’Anarchia.
Le prime tre A di un ABC che non ho mai imparato a solfeggiare secondo le regole del gioco.

4 marzo 2017

BASTA, TORNO AL CARTACEO!

books-1655783_640Dopo un paio d’anni di lettura virtuale durante i quali ho sperimentato tutte le gioie leggere del poter leggere tutti i libri del mondo in un solo reader che puoi portarti ovunque, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, nella piena consapevolezza dei grandi vantaggi della lettura notturna retroilluminata che, però, ti stacca a morsi il ritmo sonno-veglia sconvolgendo i ritmi circadiani http://www.adolescienza.it/social-web-tecnologia/la-lettura-di-e-book-la-sera-concilia-veramente-il-sonno/, scelgo, abbandonando ogni intento belligerante nei confronti della tecnologia che fa passi da gigante, informato sui prezzi più convenienti sia per chi compra, sia per chi edita, sia per chi autoproduce ebook, di tornare comunque al cartaceo.

Non butterò nella spazzatura il mio reader come feci tanti tanti anni fa con la televisione (quando si è giovani si è felicemente e anche ingenuamente portati all’estremismo) , lo terrò, anzi, in bella mostra, casualmente appoggiato su un tavolo, su un comodino, su una mensola… Lo terrò e, ogni tanto, tornerò a leggerci qualche thriller, ricordando i vecchi tempi andati, quei due anni in cui lessi solo con lui, solo su di lui. Ricorderò quel periodo con la tipica nostalgia di un passato che racconti senza problemi, con quel sorriso leggero di un’esperienza vissuta che è parte essenziale della tua biografia, ma che non ripeteresti per nulla al mondo.

Sì, mi ci vedo, mi ci vedo proprio, comincerei a raccontare cercando di descrivere l’infinito che ti si apre davanti quando qualcuno ti regala un reader aggiungendo pure la diabolica opzione di poter acquistare tutti i libri che vuoi perché è connesso alla sua carta di credito, non alla tua. Quella strana e prepotente sensazione di onnipotenza libraria, quel sentirsi armati dal magico potere di un clic che ti permette, davvero, di accedere a qualunque libro ti passi per la testa in quel preciso momento. E poi vederli che si accumulano nel cloud con quelle loro micro copertine che scimmiottano il libro di carta. E poi leggerli ovviamente. Sentire come ti scivolano addosso in maniera così diversa.

Uno dei motivi fondamentali che mi ha spinto al ritorno al cartaceo, in effetti, è proprio questo strano fatto. I libri di quei due anni non li ricordo quasi più. Prima, quando leggevo solo il cartaceo, un libro letto mi rimaneva addosso per anni, poi  magari non riuscivo a rievocarne la trama in tutti particolari, ma il cuore del libro restava lì, con quel suo grumo di energia vibrante che ho sempre chiamato il cuore del libro, proprio ciò che per me distingueva un mucchietto di fogli rilegati da un libro. Con gli ebook non succedeva! Un fenomeno dovuto alla struttura spaziale del libro di carta e di come funziona la nostra memoria, di come stiamo perdendo la nostra competenza spaziale. Lo spiegava già nel 2003 Ruggero Pierantoni, uno dei più singolari studiosi di percezione (per approfondire la questione http://www.doppiozero.com/materiali/fuori-busta/perche-non-ricordo-gli-ebook) ma allora, ovviamente, non lo sapevo.

E’ singolare notare, poi, che non sempre una nuova tecnologia finirà per soppiantare quella vecchia. E non si tratta semplicemente di sacche di resistenza, di un pugno di nostalgici della carta. La carta, nei fatti, non scompare, così come l’ebook, nei fatti, non esplode.
Ieri sono andato alla presentazione di un libro: “Quasimodo e La Pira operaio del sogni e operaio del vangelo” di Grazia Dormiente. Ed è stata proprio l’autrice a sottolineare che quell’inedito carteggio non sarebbe mai giunto fino a noi senza la carta. Senza la carta si sarebbe perso nel marasma delle mail che, ovviamente, nessuno scrittore e nessun poeta conserva più;  e che, ancor più ovviamente, nessun professore e nessuno studioso potranno mai ritrovare e pubblicare.

Ma sì dai! Torno serenamente al cartaceo, torno ad usare biglietti del tram e improbabili striscioline di carta per tenere il segno, torno al caotico disordine di quella colorata e possente montagnola di libri che svettava accanto al materasso del mio soppalco. Torno a quel supporto cartaceo che, come scrisse da qualche parte Franco del Moro di Ellin Selae, puoi anche lanciare dalla montagna, andartelo a riprendere ed essere sicuro che potrai leggere ancora il suo contenuto.

5 febbraio 2017

ALLEGRISSIMA TOTEMINA METROPOLITANA

totemia.jpgLa totemina metropolitana s’era piazzata proprio all’incrocio tra due grosse arterie particolarmente trafficate, proprio in mezzo ad una circonvoluzione di circonvallazioni con contorno di complessi geroglifici di rotaie che complicavano la vita anche ai sistemi più avanzati di scambi automatizzati.

Mandava messaggi mirabolanti agli automobilisti incazzati trasmettendo strane ondate di letteratura tranviaria che dardeggiavano senza paura anche i più incalliti realisti incazzati strombazzanti e  perforanti i timpani del circostante inquinato e mefitico.

Si chiamava Salamanca Salti Sempreverdi ed era stata ingaggiata dall’alto dei Regni Immaginari, là dove il potere della parola scritta in libertà spodestava l’abulia contraffatta e strafatta del grigiore metropolitano e del noioso scriverebbene nostrano.

Il suo gioco era semplicissimo.
Doveva solo puntare gli occhioni giallo-fosforescenti contro un qualsiasi autista che correva al lavoro senza speranza di salvezza, e, subito dopo, questo veniva preso da piacevoli attacchi di fantasticaggini che gli piovevano a gocce sul parabrezza dell’automobile. All’inizio non se ne accorgeva neanche, assuefatto ad ogni ordine di stupore pubblicitario pensava trattarsi della solita pioggerellina caotica che s’infiltra nell’infosfera mediatica al solo scopo di fotterti e fonderti ai modelli imperanti e commercialmente corretti.

Il fortunato di turno, quindi, fra l’assonnato e l’annoiato, azionava il tergicristallo creando un amalgama indistinto di visioni multicolori in cui riconosceva i suoi stessi desideri proiettati voracemente alla velocità della luce. Si trattava proprio di un attimo, eppure la visione era perfetta, garantita in technicolor a trenta milioni di colori per ogni miliardesimo di millimetro quadrato. Ma quelle erano visioni autentiche, vere psichedelie con luccicanze da dimensioni ultragalattiche, fantasismi funanbolici che rasentavano il fanatismo fantastico , altro che  la solita minestra pubblicitaria che penetrava imperterrita come pulviscolo puzzolente su ogni punta di speranza, quella era roba farcita nel per-sempre di un adesso straordinario che si poteva godere alla grande anche su un mezzo ordinario urbano.

A quel punto, pure il più stressato dei seriosi in carriera, pure la più rassegnata al grigiore contraffatto di fatti fetenti che fallivano feroci, non poteva fare a meno di riconoscere che una manciatina di autentico splendore libertario gli stava piovendo  fresca fresca dal cielo. Non poteva fare a meno, quindi, di parcheggiare l’automobile e attaccarsi al primo tram che sopraggiungeva sferragliante e simpatico.  Non poteva fare a meno, a quel punto, di seguire un caotico circuito di coincidenze demenzialmente corrette, di idee devianti dal comune senso della percezione regolare e irregimentata, di visioni in mondovisione interconnesse all’antenna cosmica di un milione di altri mondi in piazza. Tutto l’insieme, che sfolgorava repentino ad ogni fermata, permetteva di assaporare una città completamente diversa.

Molti di questi personaggi, che toccati dall’allegrissima totemina metropolitana divenivano un po’ tocchi da splendidi e vivaci punti di vista, allora, si mettevano a scrivere abbandonando le loro parole sul tram in modo che chiunque potesse coglierle come fiori temerari che spaccavano l’asfalto sorridenti.

Salamanca Salti Sempreverdi si divertiva un sacco. Si godeva lo spettacolo post-spot-tacolare spaparanzata nel suo pop hip-hop di colori sprayati e di parole sputate a colori. Con il suo turbante piumato pareva una reginetta settebellezze uscita dall’oasi di un deserto caldo e catarifrangente di miraggi mirabolanti e meravigliosamente sinceri. E quel gioco, poi, la faceva sentire bene. Cambiare il distinto destino di omaccioni incravattati e di donne infelicemente compunte che correvano ogni giorno più spente, farlo con la semplice proiezione dei loro stessi desideri, era come lanciare torte in faccia ai pasticceri, meglio di così!

E poi il circuito tranviario si riempiva di nuovi visionari, di originali sognatrici, di colorati tipacci che infarcivano il circostante di cataclismi cantati come cartoline illustrate nel magma postale. E tutto grazie a quella metamorfosi che si andava metafisicamente e psicogeograficamente diffondendo e fondendo nel paesaggio urbano.

Nuove letterature letteralmente e letterariamente lente levitavano come torte farcite di orizzonti infiniti, decrescevano bislacche come idee contorte ma felicemente attuabili nell’attualità urbana.

E il bello era che nessuno pretendeva di diventare famoso con tutta quella magnificenza abbondante di parole libere e selvagge che surfavano l’onda anomala tranviaria. Quella letteratura era di tutti e di tutte. Viaggiava e vagava generosa e abbondante alla facciaccia lessa e babbiona di una crisi che crepitava rincretinendo ogni speranza di condivisione, ogni idea di mutuo appoggio, ogni sintomo di complicità in direzione delle nuove felicità orizzontali.

Diventare famosi era un vecchio concetto arenato nel nulla. E proprio quel nulla prendeva le forme più libere e belle di tutti i tempi

6 dicembre 2016

CONOSCI QUESTA LINGUA?

Filed under: comunicare, Creatività — Tag:, , , , , , , — Troglodita Tribe @ 1:31 pm

charlot

La comunicazione fa passi da gigante.
Come una scienza sciolta nel magma tecno-mediatico, come uno  scioglilingua da recitare a mò di mantra  modaiolo, la comunicazione s’impone sin dai primi passi scolastici. Alzi la mano chi non parlicchia l’inglese, chi non s’arrabatta con almeno due o tre lingue diverse dalla madre. Tante figlie e figliastre indispensabili da portarsi sulle spalle per respirare, per sapere, per farsi sentire con quel flebile afflato infervorato e laureato con cui partecipiamo al mondo, con cui recitiamo la parte assegnata.

Bello, certo!
Ma pare che nel frattempo, proporzionalmente e inesorabilmente, un’altra lingua tenda a scomparire lasciando un vuoto di glaciale e impeccabile superficialità nella comunicazione sempre più veloce dei nostri giorni. E’ la lingua della solidarietà. Un modo di parlare e di percepire che davamo per scontato. Una grammatica con poche semplici regole che consentivano di esprimere concetti comuni, prassi elementari, riferimenti scontati a cui ci appoggiavamo senza paura per disegnare il paesaggio della nostra esistenza.

Mutuo aiuto, condivisione, opposizione ad ogni forma di ingiustizia anche quando non ci riguarda direttamente. Quel senso di esser parte di un popolo, di un pianeta, quel senso di fastidio e di oppressione situato proprio in mezzo al petto di fronte alle prepotenze, alle sopraffazioni, alle ricchezze sproporzionate e platealmente stonate. Una lingua, questa, parlata sempre meno, con un vigore che va scemando passo dopo passo, che si sussurra ormai sull’orlo dell’eccezione, o giusto con la tipica accezione religiosa, caritatevole, buonista, eroica. Sempre più lontana, quindi, da quel sentire comune che diviene il passo con cui camminiamo nel mondo, con cui costruiamo nuovi mondi.

Una lingua, questa, che appare sempre meno umana, sempre meno al passo con i tempi, sempre più distanziata dalle nuove esigenze di sicurezza, ricchezza, lavoro che chiedono, al contrario, di respingere, di costruire muri, di distinguere.
Una lingua, la cui assenza, porta al disfacimento collettivo e ad una povertà interiore senza precedenti. Ci porta un mondo ricco che ha bisogno di leggi contro lo spreco alimentare, che muore di benessere e spazzatura, ma che è terrorizzato dal mondo povero che chiede quella solidarietà e quella condivisione che, da sempre, sono l’indispensabile preludio alla ricchezza collettiva.

Una lingua, quella della solidarietà, che, sotto sotto, conosciamo tutti. Che non si studia con il vocabolario, ma che potrebbe essere eletta a lingua universale, un nuovo spazioso esperanto che sa di speranza. Una lingua che potremmo recuperare in modo inedito e sorprendente partendo dal principio di tutte le ingiustizie, partendo dal basso, ma da così in basso da risultare spiazzante anche da tutte le altre lingue con tutti i loro significati allineati.
Dagli animali ovviamente.
Da una solidarietà così potente, l’unica realistica, da abbattere ogni muro, anche quello di specie.
Una lingua, in principio umana, che si affaccia da una strana finestra, che prova a perdersi e a perdere quelle sue gelide sembianze onnipotenti da comunicazione di servizio.

7 agosto 2015

PRENDETE IL MASCHILE E IL FEMMINILE E… FATELI A FETTE

ASTERISCO
Sandra Aubry et Sébastien Bourg, Astérisque, 2011.

Ahhh…. La Liberazione! Le liberazioni interiori, esteriori, politiche, fonetiche, sessuali, spirituali, musicali, linguistiche….. E le Liberazioni Umane e Animali con tutti i loro derivati, annessi e connessi nei vari consessi. Queste liberazioni che son tutte la stessa liberazione.

Unica figlia dissenziente e dissennata. Antitutto per eccellenza! Sovvertitrice e sovversiva, sorprendente e intraprendente, dirompente ed esplosiva, oltre il limite del limite del limite. Perché liberazione è andare oltre. Un passaggio che cambia il paesaggio, che amplifica la percezione, che avvicina la perfezione.

Un’intersezione rapida che connette in una scommessa clandestina tutti i nostri destini, che incita a deragliare, disobbedire, disertare, cancellare, rialzarsi per ricominciare.

La liberazione presuppone la forza di deragliare dal percorso stabilito.
Abbiamo binari che ci portano ovunque. Binari per amare, binari per lavorare, binari per comunicare, binari per confrontarci, per definirci, per usarci….

E naturalmente abbiamo binari che accompagnano i testi che abbiamo in testa, che regolano l’energia regalata dalle nostre parole scritte, che ammaestrano i pensieri concessi e connessi alle righe che lanciamo nelle gabbie mentali dell’infosfera mediatica.

Prendete il maschile e il femminile e… fateli a fette!
Illusoria rappresentazione di un mondo al tramonto.
Ancora pretende il primato del “Tutti liberi” che desertifica irrimediabilmente l’emozionante molteplice delle identità, delle differenze, delle sfumature; che opprime, insulta e cancella quell’altalenante ambiguo plurale di mezzitoni e chiaroscuri: l’alchimia feconda che trasforma il piatto paesaggio in capolavoro.

Durante le prove tecniche di liberazione siamo tutt* liber*, tutt* sospes* con tanto d’occhi e bocche spalancate ad osservare l’ambiguo democratico, quasi anarchico, insinuarsi dell’asterisco tra le righe quotidiane. Ogni asterisco è una domanda senza risposta. Ogni asterisco apre a tutte le diverse e controverse potenzialità. Ogni asterisco sospende il fluire della lettura, con quella sua domanda impertinente disorienta la vecchia suddivisione del mondo… e il modello codificato si mette in coda con tutt* gli altr*, e l’uomo scende dal trono.

L’assalto frontale dell’asterisco è sempre più evidente e sfacciato, vera e propria torta in faccia alla certezza, stratagemma poetico-politico che interrompe, rompe, oppone e contrappone in un lampo, in un gesto, in un segno.

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Un grazie speciale a frantic & feminoska per il loro articolo “CHI HA PAURA DELL’ASTERISCO” che felicemente ispirato questo nostro post.

Cos’è un asterisco? Una stella che luccica in fondo ad una parola, il piccolo scoppio che segue una detonazione di vocali, un’anomalia agrammaticale che punta le sue piccole dita all’omissione consapevole di tutt* coloro che non sono compres* nell’ideologico “neutro universale”, ovvero il privilegio del maschile.

(qui tutto l’articolo http://intersezioni.noblogs.org/condivisioni/chi-ha-paura-dellasterisco/)

8 giugno 2015

FATTI I LIBRI TUOI!

histoire1

Farsi i libri propri! Ma farseli così velocemente che neppure l’ultimo videogioiello da telecontrollo wi-fi-comandato riesca ad infiltrarsi imponendo impostore un filo di ragionamento razional-reazionario. Cucirseli a mano, addosso, adesso, oltre l’orlo del precipizio sartorial-editoriale. Quasi fossero figlie di fogli e di foglie fluttuanti, alla deriva, direttamente proporzionali al tasso di felicità permanente e pedissequamente poco allineata, un tantino alienata, seriamente allenata a correr fuori da tutte le righe, come da tutti i perfetti quadretti.

Oppure farseli, questi libri, talmente e lentamente lontani dalla civiltà editoriale da riuscire a masticare la mistica illuminazione libraria-libertaria: quella fragorosa e fragrante Librosità Inutile, quell’altissima essenza sottile dove ogni libro si libra libero dal senso compiuto, dal solito nesso che vuol farlo fesso, che cerca d’ingabbiarlo, di gabbarlo, di distrarlo sin dall’alba delle prime distribuzioni.

E farseli, questi libri, come fossero gli ultimi, come se la carta fosse l’ultima speranza, come se il suo cuore pulsante e libroso e riciclato e riusato e recuperato fosse l’ultimo appiglio per un sorso di libertà.

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